Contaminazione acqua Gran Sasso, tutti assolti: otto anni dopo nessun colpevole

Si chiude con dieci assoluzioni il maxi processo davanti al Tribunale di Teramo sulla vicenda dell’acqua del Gran Sasso, inchiesta avviata dopo l’emergenza idrica del 9 maggio 2017 che portò al divieto di utilizzo dell’acqua in 32 comuni del Teramano per problemi di potabilità, perché era stata contaminata.

Dopo sei anni di udienze, passaggi di testimone e rinvii, il giudice monocratico Claudia Di Valerio ha scagionato tutti gli imputati — tra cui gli ex vertici dell’Istituto di fisica nucleare del Gran Sasso, di Strada dei Parchi e della società acquedottistica Ruzzo Reti — con le formule “perché il fatto non sussiste” o “perché il fatto non costituisce reato”.

Gli imputati, dieci in tutto, erano: Fernando Ferroni e Stefano Ragazzi, all'epoca dei fatti rispettivamente presidente e direttore dell'Istituto di fisica nucleare; l'allora responsabile del servizio ambiente dei laboratori Raffaele Adinolfi Falcone; Lelio Scopa, Cesare Ramadori e Gino Lai, rispettivamente all'epoca presidente del Cda, amministratore delegato e direttore generale di esercizio con compiti in materia di tutela ambientale di Strada dei Parchi; Antonio Forlini, Domenico Giambuzzi, Ezio Napolitani e Maurizio Faragalli, nell'ordine, sempre all'epoca dei fatti, rispettivamente presidente, responsabile dell'area tecnica, responsabile dell'unità operativa di esercizio e responsabile del Servizio acquedotto della Ruzzo Reti dal 17 gennaio 2014.

Gli accertamenti, all'epoca, avevano evidenziato interferenze tra i laboratori, il Traforo dell'A24 e le condutture di acqua potabile, da cui erano derivate criticità mai sanate e che hanno costituito e costituiscono, secondo la pubblica accusa, un pericolo permanente per la salubrità delle acque a causa di un inadeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento di quelle destinate a uso potabile. 

I responsabili dei vari enti erano accusati di non aver adottato le misure necessarie per la messa in sicurezza dell’acquifero, un sistema idrico di importanza strategica per l’Abruzzo, dato che serve 700mila utenti. 

Durante la requisitoria, i pubblici ministeri Greta Aloisi e Davide Rosati si erano soffermati su due capisaldi: il principio di precauzione e la posizione di garanzia. Secondo i pm, chi aveva l’obbligo giuridico di tutela dell’acquifero “non lo ha fatto”, o lo ha fatto “solo con enunciazioni di principio”. L’accusa aveva chiesto condanne a un anno e otto mesi e 40mila euro di multa ciascuno per gli imputari, sostenendo che la salvaguardia di una risorsa vitale per il territorio fosse stata affidata a “uno scambio di comunicazioni e basta”. Ma alla fine, il giudice ha ritenuto che le responsabilità penali non sussistessero.

La sentenza segna così la fine di un lungo e complesso processo, nel quale sono stati esaminati gli intrecci tecnici e giuridici tra i diversi enti coinvolti. Il procedimento, iniziato nel 2019, aveva subito ritardi dovuti anche alla pandemia e alla prescrizione di parte dei reati contestati.

Subito dopo il verdetto, è arrivata la nota di Strada dei Parchi, società del gruppo Toto tornata alla gestione delle autostrade A24 e A25. L’azienda ha espresso “viva soddisfazione per la sentenza emessa”, definendola coerente con quanto sostenuto fin dall’inizio: “Strada dei Parchi, pur avendo messo in atto nel corso degli anni tutti i possibili controlli e interventi per mitigare i rischi, non ha mai avuto il potere di intervenire sulla sicurezza del sistema idrico del Gran Sasso con opere di impermeabilizzazione”. Secondo la società, tali lavori “non rientravano nel perimetro delle responsabilità previste dalla convenzione con il Ministero concedente”, come già chiarito dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e confermato dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Di segno opposto la reazione del Wwf, che si era costituito parte civile insieme ad altre associazioni. “Una decisione che pone fine, dopo oltre otto anni di rinvii e ritardi, a un processo atteso da migliaia di cittadini e che riguardava la sicurezza di una delle risorse più preziose e fragili del nostro territorio”, si legge nella nota dell’associazione ambientalista. “Pur in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, il Wwf non nasconde la profonda amarezza per un verdetto che lascia senza risposte una comunità intera e getta un’ombra sull’effettiva capacità del nostro sistema di garantire la tutela ambientale”.

Secondo l’associazione, “è difficile accettare che, di fronte a un episodio che ha messo in serio pericolo un acquifero da cui dipende più della metà degli abruzzesi, nessuno debba rispondere di quanto accaduto”. Il Wwf sottolinea come la propria azione non fosse finalizzata alla condanna dei singoli imputati, ma alla “ricostruzione dei fatti e all’individuazione delle responsabilità necessarie per evitare che simili emergenze si ripetano”.

Otto anni dopo, però, la messa in sicurezza dell’acquifero non è stata ancora completata. “Persistono criticità strutturali – denuncia il Wwf – legate alla coesistenza tra le gallerie autostradali, i Laboratori del Gran Sasso e la falda sotterranea, con scarichi non pienamente trattati e barriere impermeabili incomplete”.

L’associazione torna così a chiedere che l’acquifero del Gran Sasso sia considerato “una priorità assoluta”: una risorsa che riguarda non solo l’ambiente, ma anche la salute di centinaia di migliaia di cittadini. 20 ott. 2025

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Foto da Cittadinanzattiva.it

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