
Venti misure cautelari eseguite dalla Polizia di Stato nelle province di L’Aquila, Teramo, Bologna, Foggia e Napoli. E' il risultato di una vasta operazione contro un’organizzazione criminale cheavrebbe consolidato il proprio controllo sul traffico di stupefacenti nella Valle Peligna, introducendo nel territorio metodi e modalità operative riconducibili alla criminalità organizzata.Secondo l’ipotesi accusatoria, un condannato per reato di associazione di stampo mafioso appartenente alla criminalità organizzata siciliana, scontata la pena, si sarebbe stabilito a Sulmona e si sarebbe alleato con un gruppo locale che da anni gestiva lo spaccio in Valle Peligna, dando vita a un sodalizio autonomo che riprodurrebbe i metodi mafiosi nel territorio.
L’inchiesta, avviata nel 2024 e condotta dalla Sezione investigativa del Servizio Centrale Operativo (SISCO) di L’Aquila, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura del capoluogo d'Abruzzo.
Al centro delle indagini c'è un uomo già condannato per associazione di stampo mafioso, appartenente alla criminalità organizzata siciliana. Dopo aver scontato la pena, si sarebbe trasferito a Sulmona (Aq), dove avrebbe stretto un’alleanza con un gruppo criminale locale, attivo da anni nello spaccio di droga in Valle Peligna. Dalla collaborazione sarebbe nato un nuovo sodalizio autonomo, capace di riprodurre sul territorio dinamiche e metodi tipici delle organizzazioni mafiose.
Il gruppo sarebbe riuscito a conquistare una posizione dominante nel mercato della cocaina a Sulmona e nei comuni limitrofi, arrivando a gestire un volume d’affari stimato tra i 180 e i 200 mila euro mensili.
Un risultato che sarebbe stato possibile anche grazie a collegamenti con ambienti criminali esterni al territorio regionale. In particolare, sarebbero emersi rapporti con un narcotrafficante albanese e con un esponente del clan camorristico che controllerebbe il traffico di stupefacenti nell’area di Secondigliano, a Napoli.
L’organizzazione avrebbe operato secondo una struttura imprenditoriale, con compiti e responsabilità ben definiti: dalla custodia e distribuzione delle sostanze stupefacenti alla gestione delle piazze di spaccio, fino alla riscossione e alla ripartizione dei proventi.
Il controllo del mercato della droga sarebbe stato imposto attraverso un sistematico ricorso alla violenza e all’intimidazione.
Le indagini hanno documentato aggressioni, minacce con armi ed estorsioni nei confronti di altri spacciatori e di clienti in ritardo con i pagamenti. Non sono mancati gli attentati incendiari, utilizzati anche per colpire esponenti di gruppi criminali rivali e consolidare il predominio sulla distribuzione della cocaina.
Un sistema di sopraffazione che avrebbe consentito al gruppo di rafforzarsi sempre più.
Di rilievo la disponibilità di armi ed esplosivi. Il materiale sarebbe stato reperito anche attraverso canali riconducibili alla criminalità organizzata napoletana e, secondo l’accusa, sarebbe stato destinato anche alla realizzazione di un attentato dinamitardo.
Oltre all’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di estorsione, danneggiamento seguito da incendio, detenzione di armi ed esplosivi, riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. Per le condotte contestate viene inoltre ipotizzata l'aggravante del metodo mafioso.
Le venti misure cautelari e le numerose perquisizioni sono state eseguite nell’ambito di un’operazione coordinata dal Servizio Centrale Operativo, con il coinvolgimento di numerose articolazioni investigative dellapolizia.
Hanno partecipato le SISCO di Ancona, Bari, Bologna, Campobasso, Lecce, Napoli, Perugia, Roma e Salerno, oltre alle Squadre mobili di Chieti, Frosinone, L’Aquila, Latina, Pescara, Rieti, Roma, Salerno e Teramo. In campo anche i Reparti prevenzione crimine di Foggia, Pescara, Perugia e Roma e le unità cinofile di Pescara.