Abruzzo. Antichi riti di Pasqua. Dall'acqua benedetta al digiuno. A 'pupe' e 'cavalli' con le mandorle

"Come preparativo alla solenne lustrazione che sarà fatta dal sacerdote nei primi giorni della Settimana santa, ma specialmente nel mercoledì, o in qualunque altro giorno che preceda il sabato - scriveva il demologo Gennaro Finamore nel primo Novecento - si spazzano e ripuliscono le case, come mai si fa in tutto l’anno".

La Pasqua, in Abruzzo, tra passato e presente. E’ antica usanza, tutt’oggi perpetrata, quella che vede un continuo andirivieni di gente per la visita dei “sepolcri”, dal Giovedì santo sino all’ora della messa del mattino seguente, quando le chiese restano aperte anche di notte. Il sepolcro è la rappresentazione scenica di un atto della Passione, che si preordina nelle principali chiese cittadine.

Particolarmente interessanti, sono i riti che si svolgevano mentre, nella Settimana santa, tintinnavano le campane. Rituali che molto probabilmente non si eseguono più, e si capirà tra breve il motivo.

Tra essi “lu trapasse” detto anche “le 48 ore” e “il digiuno delle campane”. La tradizione voleva che colui che eseguiva il trapasso per sette anni di seguito, liberava l’anima più bisognosa del Purgatorio. Tuttavia se il digiunante moriva nel primo anno, egli stesso sarebbe stato condannato all’Inferno, se nel secondo al Purgatorio, e solo dal terzo anno in poi si sarebbe guadagnato la gloria eterna dei Cieli. Al contrario, chi fosse morto durante il digiuno, sarebbe stato dannato per sempre giacché, scrive Finamore, il «Signore non vuole che si muoia di fame», quindi «chi digiune, peccat’aredune» (chi digiuna raccoglie in sé ogni tipo di peccato).

Era credenza che fosse buona cosa seminare di venerdì santo, "perché Dio vi benedice il lavoro"; inoltre i fiori e i moccoli del Santo sepolcro si serbavano contro le tempeste.

Si usava anche portare a casa un po’ di acqua benedetta della Settimana santa e ognuno della famiglia ne beveva qualche sorso, perché si credeva tenesse lontane le febbri e ogni sorta di dolore del ventre. Era abitudine anche versarla in tutte le vivande che si cucinavano per quei giorni di festa e cospargerci, con la palma benedetta, tutta la casa, specialmente sotto il letto, mentre risuonavano le campane.

Lo stesso liquido si conservava per quei battesimi di precauzione, impiegato per i parti difficili, e in caso di morte imminente, allorché, a causa dell’ora tarda della notte o per mancanza di tempo, il prete non poteva accorrere al capezzale del morituro. Chiunque, allora, con una palma benedetta, poteva aspergere l’ammalato di quell’acqua ed era come se l’assoluzione l’avesse data il prete.

Altro rito con le campane riguarda il male al ventre.

Per preservarsi dai mal di pancia, ma anche da altre patologie, bisognava buttarsi a terra quando suonavano le squille, in una chiesa nella quale erano già stati seppelliti dei morti. La leggenda vuole che anche i defunti in quel momento si voltino nelle tombe ed esultino per il Cristo risorto.

Ai primi rintocchi i bambini che stentavano a fare i primi passi erano per poco lasciati senza sostegno, confidando che di lì a poco avrebbero iniziato a camminare speditamente.

Ancora, chi voleva liberarsi delle cimici che infestavano la casa, al suono delle campane dovevano lasciare tutto, battere con una palma intorno al letto e recitare: "Scappa scappa, cimiciara, adesso si sciolgono le campane".

Quanti la Domenica delle palme avevano regalato l’arbusto intrecciato, decorato e benedetto, a Pasqua ricevevano in cambio dolci tipici, fiadoni, a base di ricotta, e “cavalli”, “palombelle”, “pupe”, “castelli”, “pigne”, impastati con le mandorle. Ancora oggi, per il pranzo, si è soliti preparare molte pietanze con l’impiego di uova, che si trovava molto nel periodo primaverile perché le galline ricominciano a "fetare", e simbolicamente rappresentano la vita e la rinascita. Si impastano anche dolci decorati con lembi di pasta che formano una croce, a ricordo della resurrezione di Gesù.

Non ci resta che augurare a tutti i lettori di AbruzzoLive.Tv, una Pasqua il più possibile serena, nella speranza che questo periodo di incertezze e timori, rimanga al più presto un brutto ricordo.

Conny Melchiorre

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