"Il giorno prima la strada era transitabile, fino all'ora in cui operavano i mezzi spazzaneve tranquillamente e poi è accaduto altro... Durante la giornata del 18 sono venuto a conoscenza della grande nevicata della notte prima". Così il comandante della polizia provinciale di Pescara,Giulio Honorati, questa mattina in tribunale a Pescara, dopo essere stato interrogato nell'ambito dell'inchiesta sul disastro dell'Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara), nella quale è indagato. "Io e gli uomini della polizia provinciale abbiamo svolto attività continua tutti i giorni - ha proseguito Honorati -, tutte le attività che potevamo e dovevamo fare per il maltempo. In quei giorni, con i pochissimi uomini a disposizione, ho operato per il monitoraggio del territorio - ha aggiunto - in collaborazione con il settore tecnico della viabilità della Provincia". Quanto al presunto difetto di comunicazione, in raccordo con la Prefettura, Honorati ha affermato che "la comunicazione è stata fatta oralmente e telefonicamente, data l'urgenza meteorologica in atto". 
L'avvocato Vincenzo Di Girolamo, che assiste Honorati insieme al collega Marco Pellegrini, ha osservato che "la polizia provinciale non aveva più competenze in materia di Protezione civile. Credo - ha puntualizzato - sia un punto fermo della stessa inchiesta". 

Affondo invece ieri nei confronti di Luciano D'Alfonso, da parte della difesa del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta. Per l'ex presidente della Regione la Procura ha chiesto l'archiviazione, ma Lacchetta, sott'inchiesta in relazione alla gestione dell'emergenza, lo ha tirato in ballo. Il primo cittadino di Farindola, alle 19.30 del 17 gennaio, poche ore prima che una valanga travolgesse il resort, inviò a D'Alfonso un sms per chiedere l'invio di mezzi sgombra-neve. Secondo la Procura quella segnalazione fu impropria, perché Lacchetta avrebbe dovuto rapportarsi con la sala operativa della Prefettura di Pescara, come effettivamente fece, senza però ottenere risposta, la mattina del 18 gennaio. "Lacchetta ha spiegato di essersi rivolto al governatore innanzitutto perché lo impone la legge di protezione civile nazionale - è stato spiegato, al termine dell'interrogatorio, dai suoi legali Cristiana Valentini e Goffredo Tatozzi - e poi perché quello era il sistema D'Alfonso che, come dimostrato anche dall'emergenza del 2015, si basava sul fatto che bisognava rivolgersi all'ex governatore per avere uomini e mezzi, dunque per chiedere aiuto". Un j'accuse che trova riscontro nel fittissimo scambio di telefonate e messaggi, contenuti nel fascicolo, dal quale emerge come D'Alfonso, nei giorni dell'emergenza, anche tramite il suo segretario particolare Claudio Ruffini, fosse al centro delle richieste d'aiuto e coordinasse gli interventi. Compito che invece spettava alla Prefettura.

"Era responsabile anche la Prefettura - hanno speigato gli avvocati - ma il suo superiore gerarchico, dal punto di vista della protezione civile, era il presidente della Regione, come previsto dalla normativa nazionale, in base alla quale, in caso di allarme che non possa essere gestito dal sindaco sul suo territorio, oltre al presidente della Regione deve essere notiziato anche il prefetto, e Lacchetta lo ha fatto la mattina del 18, depositando anche in Prefettura la richiesta di intervento dell'esercito". Al sindaco è stato anche contestato di avere agevolato, se non addirittura accompagnato, i clienti che salivano all'Hotel Rigopiano, nonostante le indicazioni di senso contrario della dirigenza provinciale. "Ha chiarito, e ci sono fior di testimoni, che non ha mai scortato o accompagnato nessuno".
10 gennaio 2019

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