
"L’amore, se è davvero amore, non è mai malato". E' da questa affermazione che prende avvio una riflessione sul caso di Sarah e Alysia Di Giacinto scomparse in Abruzzo e ritrovate, a Formia, nel Lazio, dopo 14 giorni di forte preoccupazione. A portarle via, secondo al Procura di Sulmona (Aq), la madre, il nonno e il compagno di lei, finiti tutti in carcere per sequestro di persona. LEGGI QUI)
Una vicenda complessa, che secondo Gian Luca Bellisario, già psicopedagogista con nomina ministeriale e presidente Aniped (Associazione Nazionale Italiana dei Pedagogisti), non può essere ridotta alla sola cronaca. "avanti a due minorenni coinvolte in una vicenda familiare così aspra, dolorosa e pubblicamente esposta, la prima parola dovrebbe essere il silenzio. Non il silenzio dell’indifferenza, ma quello della cura, della misura, della responsabilità, un silenzio capace di proteggere".
"L’amore può essere confuso, ferito o immaturo, ma quando arriva a trattenere o sottrarre un figlio, ha già smesso di essere amore. E' piuttosto una distorsione del ruolo genitoriale".
La vicenda. "Siamo davanti a due adolescenti in una condizione di forte disagio, - rimarca - già attraversate da una storia familiare complessa, da un’elevata conflittualità e da un allontanamento dalla struttura in cui erano collocate. Hanno vissuto giorni di incertezza e di una sovraesposizione mediatica che ha trasformato la loro fragilità in notizia nazionale. Anche quando una ragazza dice di voler stare con un genitore, quella voce va ascoltata con rispetto, ma non può essere isolata dal contesto, dalla pressione emotiva, dai legami di dipendenza, dalla paura, dalla lealtà affettiva e dal bisogno, profondissimo nell’adolescenza, di non sentirsi abbandonata da chi resta comunque figura originaria. Ascoltare un minor, tuttavia, non significa consegnargli addosso il peso della decisione adulta ma comprendere il suo mondo interno, distinguere il desiderio immediato dal bisogno profondo, proteggere la sua parola senza trasformarla in sentenza. Una figlia può voler tornare dalla madre anche quando la madre, in quel momento, non è nelle condizioni di assicurare stabilità, protezione e continuità educativa. Evidentemente può anche cercare il padre, idealizzare un legame, rifiutare una struttura, temere l’autorità, confondere l’affetto con la sicurezza. Tutto questo appartiene alla complessità dell’età evolutiva e proprio per questo richiede adulti competenti e non tifoserie emotive. Occorre allora dire con chiarezza che, alla luce di ciò che è accaduto, il tema non può più essere soltanto quello del desiderio familiare, ma deve diventare quello della protezione educativa. Se il contesto adulto non riesce a garantire continuità, sicurezza, collaborazione e rispetto del percorso disposto dalle istituzioni, allora la domanda più seria diventa un’altra, Occorre chiedersi quale ambiente possa restituire oggi a queste ragazze il miglior equilibrio possibile".
"La casa famiglia, in questa fase, - prosegue Bellisario - va valutata con serietà e senza retorica. Nessuno può considerarla, in astratto, la soluzione ideale e definitiva poiché una comunità non sostituisce magicamente la famiglia e non cancella il dolore, soprattutto non guarisce per il solo fatto di esistere. La casa-famiglia, però, può diventare luogo di cura solo se è comunità educativa vera, se offre presenza, competenza, ascolto, confini, continuità, ritmi ordinati e relazioni affidabili. Proprio per questo, però, in momenti così delicati può rappresentare la migliore soluzione possibile, non perché sia perfetta, ma perché può creare una zona temporanea di protezione tra le ragazze e il conflitto adulto".
In pedagogia - fa presente - "esistono momenti nei quali proteggere significa anche separare provvisoriamente ma separare dal caos, non dagli affetti, dalla pressione, dalla confusione. Una buona casa famiglia non dovrebbe essere vissuta come luogo di espulsione, ma come spazio di sospensione protetta, nel quale due ragazze possano respirare, essere ascoltate senza essere orientate da nessuna “parte”, recuperare fiducia, elaborare lo smarrimento, comprendere ciò che è accaduto, ricostruire un rapporto più ordinato con i propri legami".
Il punto decisivo resta il superiore interesse delle minori. "Questa espressione, - dice Bellisario - spesso ripetuta e raramente compresa fino in fondo, non coincide con ciò che appare più naturale, più commovente o più immediatamente desiderato. Il superiore interesse del minore è ciò che, in una determinata situazione concreta, tutela meglio la sua crescita, la sua sicurezza, la sua salute emotiva, la sua libertà interiore, il suo diritto a non essere catturato dal dolore degli adulti. A volte questo interesse coincide con il ritorno in famiglia, ma, altre volte, almeno per un periodo, coincide con una distanza necessaria, sorvegliata, pensata, accompagnata. Nessun figlio dovrebbe essere costretto a scegliere tra gli adulti che ama. Nessuna adolescente dovrebbe diventare il luogo in cui due storie adulte si combattono e nessuna ragazza dovrebbe portare sulle spalle il peso di una separazione, di un rancore, di una frattura, di una vicenda giudiziaria. Quando questo accade, non basta chiedersi chi abbia ragione. Bisogna chiedersi chi sia ancora capace di prendersi cura. La cura, infatti, non è dichiarazione di amore ma comportamento. E’ anche saper attendere, rispettare, collaborare, non invadere, non manipolare, non usare il figlio come prolungamento della propria ferita. E’ accettare che un provvedimento possa essere doloroso, ma necessario e, soprattutto, comprendere che un figlio non si salva portandolo dalla propria parte, ma restituendolo alla sua vita. L’amore vero non ha bisogno di nascondere un figlio per dimostrare di amarlo, né di sottrarlo, trattenerlo, portarlo via, chiuderlo dentro la propria versione della storia".
"Se una casa famiglia, oggi, può offrire alle ragazze - viene ancora spiegato - questo spazio di respiro, allora non va letta come sconfitta della famiglia, ma come tentativo di salvare ciò che della famiglia può ancora essere pensato, ricostruito, verificato, forse un giorno restituito in forma più sana. Non è la soluzione migliore in assoluto. Potrebbe essere, però, la migliore tra quelle possibili in questa fase. Ci sono due ragazze che hanno bisogno di essere accolte, non contese; comprese, non esibite; protette, non trasformate in simbolo. Ora il compito degli adulti, di tutti gli adulti, dovrebbe essere quello di arretrare dalla scena pubblica, dalle dichiarazioni inutili, dalle letture frettolose, dalla curiosità morbosa. Lasciare che le ragazze tornino a essere persone. Restituire loro tempo, riservatezza, continuità, ascolto professionale, cura pedagogica e protezione emotiva.". 23 giu. 2026
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