
Ha lasciato l’abitazione in cui era recluso, ai domiciliari, senza autorizzazione del giudice. E' per ciò evaso Emiliano Volpe, il 18enne romano accusato di istigazione e aiuto al suicidio per la morte di Andrea Prospero, studente universitario di Lanciano (Ch), di 19 anni, trovato morto in un mini appartamento del centro storico di Perugia il 24 gennaio 2025.
Secondo quanto emerso dalle carte dell’inchiesta, l’episodio risale a metà giugno scorso. Il giovane, agli arresti domiciliari, da marzo nella casa dei genitori in zona Prenestina, a Roma, avrebbe lasciato improvvisamente l’appartamento dopo un acceso litigio in famiglia. Non si sarebbe trattato di un tentativo di fuga, precisano fonti investigative, ma la conseguenza di una convivenza divenuta tesa e difficile, proprio per la drammatica vicenda che lo vede protagonista, al punto da spingerlo ad allontanarsi per trovare... un momento di calma. Tuttavia, anche una semplice uscita non autorizzata – fosse pure solo per una passeggiata – costituisce a tutti gli effetti un’evasione.
La misura restrittiva non è stata aggravata, ma il giudice ha comunque deciso di trasferire il giovane in un’altra abitazione, quella di un parente, dove rimarrà fino all’inizio del processo, fissato per l’8 ottobre prossimo. La decisione è arrivata anche per garantire il rispetto delle condizioni cautelari e allentare una situazione familiare ormai ingestibile.
Il ruolo di “Valenmo”
L'imputato, conosciuto online con il nickname “Valenmo”, non ha mai incontrato Andrea Prospero di persona. I due si erano conosciuti in rete, dove avevano stretto un legame esclusivamente virtuale. Ma, secondo la Procura, il ragazzo romano avrebbe alimentato le fragilità dell'altro, accompagnandolo passo dopo passo verso il suicidio, avvenuto nel capoluogo umbro. Tutto è raccontato in chat raccapriccianti (LEGGI QUI)
Prospero era al primo anno del corso di Informatica all’Università di Perugia. Viveva in un ostello, ma per portare a termine il suo gesto aveva affittato una camera privata. Lì ha assunto un mix letale di farmaci e droga, acquistati in autonomia, ma – stando all’accusa – su precisa indicazione del suo “amico virtuale”. In chat, il romano lo avrebbe guidato nella scelta delle sostanze, suggerendogli i metodi più “indolori”. E, nel momento decisivo, lo avrebbe incitato: "Ce la puoi fare, ammazzati e zitto", scriveva.
Le conversazioni digitali, finite agli atti, sono al centro dell’impianto accusatorio che ha condotto la Procura di Perugia a chiedere il giudizio immediato. Le indagini hanno messo in luce un rapporto squilibrato, dove Volpe avrebbe esercitato una forma di controllo psicologico e persuasione, fino all’irreparabile.
Il caso ha avuto un forte impatto mediatico e giuridico, perché tocca uno dei terreni più delicati e attuali: quello dell’influenza digitale, soprattutto tra giovani e adolescenti. Un procedimento che potrebbe creare un precedente importante nella giurisprudenza italiana in materia di istigazione online. 06 ago. 2025
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