Nel suo lavoro in Sevel, ad Atessa (Ch), si sentiva  umiliato, deriso ed emarginato con grande sofferenza psicologica, oltre che fisica. Assunto come categoria protetta, per doppia patologia, non si sentiva considerato,  dopo 33 anni di attività. Finchè due mesi fa si è sfogato pubblicamente rilasciando un’intervista ad un giornale e per questo è stato licenziato dalla fabbrica del Ducato. La vicenda vede protagonista Mario Cassino e sulla sua cacciata dalla Sevel ora reagisce duramente Fim Cisl che, con Domenico Bologna, segretario d’Abruzzo e Molise, denuncia fermamente "la gravità del comportamento tenuto da Sevel in occasione del licenziamento del componente del proprio direttivo sindacale. Allo stesso Cassino – aggiunge Bologna- è stata contestata la gravità dei comportamenti e la legittimità del licenziamento per giusta causa, in conseguenza di un articolo del 9 febbraio scorso nel quale il nostro iscritto, verosimilmente provato dalle proprie patologie e dal comportamento aziendale, a suo dire non corretto, aveva espresso il proprio disappunto nei confronti della società".

"Fim Cisl - precisa il segretario Bologna -  tutelerà il proprio iscritto in tutte le sedi competenti, a maggior ragione in un momento di intensa discussione con l’azienda relativamente alla problematica dei turni, nel quale si è innestato tale ingiustificato licenziamento". Il sindacato annuncia che, "anche a mezzo del legale Pierpaolo Andreoni, tutelerà le ragioni e i diritti del lavoratore," davanti al giudice. "Convinta della correttezza del suo comportamento, che verrà dimostrato, e della necessità di mantenere corretti rapporti sindacali".

Il caso di Mario Cassino, che ha invalidità alle gambe e non può stare a lungo in piedi, è legato alle considerazioni espresse, in cui denunciava di sentirsi inutile ed emarginato in Sevel, dove, giornalmente, una volta timbrato il cartellino, chiedeva quale mansione dovesse svolgere e si sentiva sempre rispondere di sedersi nell’area relax. Da una postazione in cui poteva star seduto è stato poi spostato, al rientro da due operazioni a mano e spalla, in una Ute (Unità tecnologica elementare) svolgendo il lavoro in piedi e girando attorno al furgone Ducato da controllare. L'operaio ha anche lamentato di essersi dovuto accontentare di scarpe ortopediche, di cui necessitava, di numero sbagliato. Lui indossa il 41 ma dall’azienda ha ricevuto in dotazione il 46 e non poteva neppure camminare correttamente. 

Walter Berghella

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