In bus in Sevel ai tempi del coronavirus: c'è chi chiama i carabinieri e chi viene lasciato a piedi

Nei giorni scorsi, dal terminal davanti alla Sevel, a fine turno, prima della ripartenza dei mezzi del trasporto pubblico, c'è chi ha allertato i carabinieri di Atessa (Ch).

"Il pullman è troppo pieno... Venite subito", hanno segnalato alcuni lavoratori. E una pattuglia è corsa davanti ai cancelli dello stabilimento per fare controlli. Ma quando è arrivata, il bus in questione, diretto nel Pescarese, era già partito. Perché c'erano degli orari da rispettare.

A Montenero di Bisaccia, in provincia di Campobasso, un gruppetto di cinque operai diretto nella fabbrica del Ducato, per prendere servizio, è stato lasciato... a terra. Come ogni sera, sono saliti sul mezzo Atm, ma si sono resi conto che era... affollato. "A bordo denuncia la Fismic - avrebbero dovuto essere in 16. Invece erano in 22". Anche in questo caso chiamata alle forze dell'ordine e, nei pressi dello svincolo di Vasto, ad aspettare c'era la polizia, che ha dato l'alt. Gli agenti hanno riscontrato che sì, sul mezzo erano in troppi, rispetto alle misure di sicurezza imposte per arginare la diffusione del Covid 19. I lavoratori sono stati costretti a scendere, a prendere un altro bus giunto nel frattempo da Termoli e... ricondotti alla fermata iniziale. Non sono stati portati in Val di Sangro, come buon senso avrebbe richiesto, e hanno così perso la giornata lavorativa. 

Situazioni di caos, ai tempi del coronavirus, per quanto riguarda il trasporto dei pendolari nell'azienda del Ducato, che conta 6mila dipendenti da diverse regioni, tra cui Molise e Puglia. Più diverse altre migliaia dell'indotto. E per assicurare trasporti in sicurezza Fiom Abruzzo e Molise ha inviato una proposta ai governatori delle due regioni, Marco Marsilio e Donato Toma. 

Nei giorni scorsi un operaio di Gissi (Ch) è stato bloccato ai cancelli della Sevel, dopo la rilevazione delle temperatura, perché febbricitante. Era arrivato col bus, che poi ha ripreso per tornare a casa. Ne è nata una furibonda polemica, tra sindacati e Regione, su eventuali protocolli, inesistenti, da seguire in questi casi. Perché il rischio era che potesse aver contagiato altri viaggiatori in caso di positività al virus. Fortunatamente il tampone è risultato negativo. Ora Fiom, con il segretario Alfredo Fegatelli, chiede di "avviare una discussione tra istituzioni, aziende e sindacati per trovare una soluzione comune al fine di tutelare i lavoratori, il territorio e il tessuto produttivo".

Secondo Fiom, "individuato il dipendente con la temperatura maggiore di 37,5°C, lo stesso deve essere accompagnato, con le dovute cautele, in un locale idoneo ed isolato per la seconda misurazione. Se viene confermata la temperatura, l’azienda deve dotarlo dei dispositivi di protezione necessari affinché non si propaghi l’eventuale contagio". E' prassi chiedere l’intervento del medico di base, "la nostra proposta - viene detto - è invece di interpellare sempre la Asl di competenza, che attiverà tutte le misure di indagine necessarie per la tracciabilità dei contatti a partire dalle modalità di raggiungimento del luogo di lavoro". Inoltre, secondo Fiom, la temperatura dovrebbe essere rilevata anche all'uscita dai luoghi di lavoro e sui bus. E, in questi casi, il tampone dev'essere obbligatorio. 

"Inoltre, - ribadisce - rispetto ai trasporti, che rischiano di essere il vero anello debole di tutto il sistema di salvaguardia, per i conducenti, vanno previsti meccanismi di isolamento che vadano oltre il distanziamento. In alcune regioni hanno predisposto dei pannelli di plexiglass. Occorre, infine, una regola generale che indichi la massima capienza dei mezzi di trasporto e il divieto di fare il biglietto a bordo".

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