
Una truffa ben organizzata, curata nei minimi dettagli e senza alcuna approssimazione. Fallita però, fortunatamente, per un errore fatale dello stesso truffatore, che non aveva fatto i conti con la conoscenza delle istituzioni da parte della vittima.
Tutto inizia ieri mattina, quando ad una donna di 46 anni di Lanciano (Ch), avvocato e funzionario comunale, squilla lo smartphone. Sul display il nome della banca in cui ha il suo conto corrente. Dall'altro capo un cortese operatore con accento campano, che la chiama per nome, si identifica come addetto dell'ufficio antifrode dell'istituto di credito (uno dei più diffusi nell'area frentana), fornisce il suo numero di codice e le chiede se, per caso, negli ultimi giorni, ha effettuato acquisti di criptovalute con addebito su quel conto.
La signora, all'inizio, non dà molto peso alla chiamata: risponde di no, ma l'interlocutore inizia ad incalzarla con una serie di richieste su movimenti sospetti che sarebbero comparsi sul conto corrente, invitandola a confrontare sull'app le transazioni. Non chiede però credenziali, password o informazioni che avrebbero potuto indurla subito a pensare ad un raggiro. Alla seconda risposta negativa, sul fatto cioè che apparentemente non ci fosse nulla di sospetto sul conto, la conversazione prende una piega completamente diversa: l'operatore le dice che comparivano numerose anomalie ed era dunque necessario presentare una denuncia in Questura. Anzi, per velocizzare i tempi, poichè la banca - a suo dire - aveva un contatto diretto con la Questura di Chieti, l'avrebbe fatta chiamare direttamente lui dalla polizia.
Passano pochi minuti e sul display del cellulare compare la dicitura "Questura di Chieti". La 46enne risponde e l'interlocutore - anche lui con accento campano - si presenta come un vice ispettore, fornisce il suo nome e cognome, e le comunica che è in corso un'indagine su presunte truffe messe a segno ai danni dei clienti della banca. Inchiesta riservatissima e in una fase delicata. Motivi per i quali non avrebbe dovuto parlarne con nessuno, né tantomeno avvisare la sua banca, perché il sospetto era che che l'autore potesse essere proprio un dipendente.
La vittima si mostra collaborativa, anche alla luce delle informazioni circostanziate che il sedicente poliziotto le continua a dare e delle risposte puntuali alle perplessità che provava a sollevare. Del resto dal cellulare risulta che sta parlando con la Questura. In questo momento scatta la richiesta: per salvaguardare i suoi risparmi, la polizia avrebbe provveduto ad aprire un conto corrente "protetto", gestito dalla Postale, sul quale avrebbe dovuto versare un bonifico pari al saldo del suo conto. Non poteva, però, effettuare l'operazione on line, ma si sarebbe dovuta recare in un'agenzia dell'istituto di credito e fare tutto allo sportello.
Un espediente che rendeva tutta la storia, per quanto singolare, molto più credibile, allontanando ulteriormente i sospetti. In più aggiunge che, proprio per rassicurarla ulteriormente, avrebbe cercato di farle trovare una pattuglia davanti alla sede.
Unica condizione: nel tragitto verso la banca sarebbe dovuta rimanere al telefono con lui, perché la chiamata veniva registrata così da poter ricostruire e tracciare tutto quello che stava accadendo in quei minuti ai fini dell'indagine.
Ma proprio durante il percorso il truffatore commette un errore, che improvvisamente riaccende l'attenzione della donna e i suoi sospetti: il finto ispettore, nell'intento di rassicurarla, le dice che la sta chiamando dalla Prefettura (mentre prima aveva detto Questura). Ed è lì che la donna ferma l'auto e gli chiede di ripetere. Lui ribadisce Prefettura e lei, a quel punto, lo affronta e gli risponde che la Prefettura non si occupa di indagini di polizia, ma è l'Ufficio del governo sul territorio. E conclude, allora, che si tratta di una truffa. In una frazione di secondo la telefonata si interrompe e il falso ispettore sparisce.
La 46enne prova allora a ricontattare i numeri da cui ha ricevuto le chiamate e sorprendentemente riceve risposta dal call center della sua banca e dal centralino della Questura di Chieti, che confermano l'ipotesi del tentativo di truffa, fortunamente non andato a buon fine.
L'episodio è stato naturalmente denunciato, ma ci sono almeno due aspetti inquietanti: il truffatore conosceva il nome della vittima, il suo numero di telefono e sapeva che era cliente proprio di quella banca; le chiamate provenivano dai numeri telefonici ufficiali dell'istituto di credito e della Questura, evidentemente clonati da criminali sempre più esperti nell'organizzare raggiri ogni giorno più articolati e insidiosi. 30 apr. 2025
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