Da Chieti nel resto d'Italia. Caporalato nel trasporto merci: 95 autisti in nero, frode da sei milioni, 14 denunce

Un articolato sistema di somministrazione fraudolenta di manodopera nel settore del trasporto merci su gomma, costruito attraverso il ricorso al distacco internazionale di lavoratori, è stato scoperto dalla Guardia di Finanza di Chieti.

L’operazione, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, ha fatto emergere quello un vero e proprio meccanismo di caporalato transnazionale e dumping sociale, partito dall’Abruzzo e diramato sul territorio nazionale.

Al centro dell’inchiesta l’utilizzo di lavoratori, principalmente di nazionalità albanese, formalmente dipendenti di società estere e successivamente distaccati presso imprese italiane operanti nel settore dell’autotrasporto.

Il distacco, è bene precisarlo, rappresenta uno strumento perfettamente legale quando viene utilizzato nel rispetto della normativa. In questi casi un’impresa estera può mettere temporaneamente a disposizione di un’altra azienda i propri dipendenti, garantendo loro le condizioni economiche e normative previste dalla legislazione italiana.

Secondo quanto ricostruito dalle Fiamme gialle, invece, il sistema sarebbe stato utilizzato in maniera distorta.

Le società estere che risultavano datrici di lavoro sarebbero state, infatti, società schermo prive di una reale struttura operativa, le cosiddette letter box company. La loro funzione sarebbe stata quella di fornire una copertura giuridica a rapporti di lavoro che, nella sostanza, facevano capo a società italiane.

Gli autisti venivano così reclutati e impiegati dalle aziende italiane, ma formalmente risultavano alle dipendenze di ditte estere. Un meccanismo che avrebbe consentito di sostenere costi decisamente inferiori rispetto a quelli derivanti dalla regolare assunzione degli autisti, attraverso il mancato versamento di imposte e contributi previdenziali. 

L’attività investigativa è partita dagli approfondimenti effettuati dai militari del Gruppo della Finanza di Chieti, diretto dal tenente colonnello Vito Casarella.

Gli accertamenti hanno fatto emergere i primi sospetti sull’impiego irregolare di manodopera extracomunitaria. La successiva attivazione dei canali di cooperazione internazionale e di mutua assistenza amministrativa fiscale ha permesso di approfondire la vicenda.

Determinante, in particolare, la collaborazione con la General Directorate of Taxation albanese, che ha consentito di verificare la reale consistenza e operatività delle imprese coinvolte.

Dagli accertamenti sarebbe emerso che le società straniere non disponevano di una struttura aziendale effettiva tale da giustificare il numero e la tipologia dei lavoratori risultanti alle loro dipendenze.

La documentazione acquisita – contratti, comunicazioni e altri atti relativi ai distacchi – avrebbe quindi nascosto una realtà completamente diversa da quella rappresentata formalmente.

Secondo la ricostruzione investigativa, le imprese italiane sarebbero state gli effettivi ed esclusivi datori di lavoro dei camionisti.

Di conseguenza, i lavoratori sono stati qualificati come impiegati in nero, con la contestazione alle aziende degli obblighi fiscali, previdenziali e assistenziali che sarebbero stati elusi attraverso il sistema dei distacchi fittizi.

Sono risultate coinvolte complessivamente 18 società, quattro delle quali di diritto estero e cinque operanti nel territorio della provincia di Chieti. A queste ultime sono state contestate anche violazioni relative alla responsabilità amministrativa degli enti, in relazione alla mancata adozione di adeguati protocolli interni finalizzati alla prevenzione dei reati.

La normativa prevede infatti che, in presenza di determinati illeciti commessi dai soggetti che operano per conto dell’azienda nell’interesse o a vantaggio della stessa, possa essere chiamata a rispondere anche la società, qualora non dimostri di avere adottato ed efficacemente attuato modelli organizzativi idonei a prevenire i reati.

Sono 14 le persone denunciate, ritenute responsabili, a vario titolo, di reati tributari e societari, come la somministrazione fraudolenta di manodopera e la truffa aggravata ai danni dello Stato. 

Sul fronte fiscale, l’evasione contestata alle sole società teatine è stata quantificata in circa 6 milioni di euro, tra imposte dirette e indirette, comprendenti Ires, Irpef, Iva e Irap.

Sono state inoltre individuate fatture per operazioni inesistenti per un importo complessivo superiore a 3,5 milioni di euro.

Particolarmente significativo anche il dato relativo al lavoro irregolare: sono state individuate 95 posizioni lavorative in nero, mentre l’evasione contributiva previdenziale e assistenziale è stata stimata in oltre 1,2 milioni di euro.

"Questa operazione testimonia il costante impegno della Finanza nel contrasto alle frodi fiscali e al fenomeno del caporalato  – sottolinea il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Chieti, colonnello Massimo Otranto –. L’attività investigativa ha consentito di individuare un articolato sistema che avrebbe prodotto rilevanti danni per l’Erario e per gli enti previdenziali. Il nostro impegno – prosegue  – è rivolto anche alla tutela dei lavoratori e delle imprese che operano correttamente". 15 sett. 2026

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