
La nuova classificazione dei Comuni montani è terreno (roccioso?) di scontro politico e istituzionale, con effetti potenzialmente dirompenti per le aree interne dell'Abruzzo.
Se da un lato il Governo e la Regione rivendicano un risultato di mediazione che avrebbe limitato i danni rispetto a una prima ipotesi fortemente penalizzante, dall’altro cresce la protesta dei territori che rischiano di pagare il prezzo più alto di quella che viene definita, senza mezzi termini, una operazione di “chirurgia amministrativa”.
A utilizzare questa espressione è il senatore Luciano D’Alfonso (Pd), che interviene duramente contro una riforma giudicata astratta, centralista e scollegata dalla realtà. "Qui non siamo davanti a una riorganizzazione neutra – è la critica dell’ex presidente della Regione – ma a un intervento fatto con il bisturi dei parametri tecnici, che incide sulla carne viva delle comunità senza valutarne le conseguenze sociali, economiche e demografiche".
Il punto di partenza è il via libera dato dal Coordinamento Montagna della Conferenza delle Regioni alla proposta di nuova classificazione dei Comuni montani, elaborata dopo un confronto con il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli. Una riforma che aggiorna una normativa ferma al 1952, ma che sin dall’inizio ha sollevato perplessità.
In Abruzzo i Comuni montani passerebbero da 226 a 200, con l’esclusione di 26 enti, concentrati nelle province di Chieti, Teramo e Pescara. Nessun Comune tagliato, invece, nella provincia dell’Aquila. Un dato che la Regione considera un risultato positivo, soprattutto se confrontato con la prima bozza ministeriale, che avrebbe ridotto i Comuni montani a 177.
L’assessore regionale agli Enti locali Roberto Santangelo rivendica il ruolo svolto nella trattativa: "Siamo riusciti a evitare una riduzione molto più drastica, presentando una proposta che ha fatto da base alla decisione finale. Inoltre, la nuova normativa renderà più incisive le politiche di incentivo, in particolare attraverso il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane (Fosmit)".
Una lettura che però non convince. Per Angelo Radica, presidente di Ali Abruzzo, non c’è nulla da festeggiare: "Non è la definizione formale di Comune montano che interessa, ma la possibilità di accedere a risorse vitali. Sanità, scuole, sostegno alle giovani coppie, agricoltura: tutto questo rischia di saltare, senza che siano state previste alternative".
Radica parla apertamente di un taglio mascherato alla finanza comunale, che colpisce proprio le realtà più fragili. "Prima di ridurre il perimetro dei Comuni montani – avverte – bisognava costruire misure compensative. Così facendo si scarica sui territori l’onere di una scelta calata dall’alto".
Nel dibattito entra anche l’analisi del geografo Mauro Varotto, che definisce l’operazione una "montagna da Azzeccagarbugli", frutto di criteri normativi farraginosi e contraddittori. La nuova classificazione, osserva, rappresenta un evidente dietrofront rispetto alla prima "proposta-mannaia", che avrebbe escluso oltre 1.200 Comuni a livello nazionale.
Il Governo, incalzato dalle proteste, è tornato su posizioni più vicine alla normativa storica: oggi i Comuni montani riconosciuti a livello nazionale sarebbero 3.715, pari a circa il 51% del territorio nazionale, contro i 4.096 della precedente classificazione. Un taglio contenuto numericamente, ma tutt’altro che neutro nei suoi effetti.
Ed è proprio su questi effetti che insiste Luciano D’Alfonso. "Non può essere una linea tracciata con il righello su una mappa a stabilire se un Comune è montano o no. La montagna non è una quota, è una condizione strutturale fatta di isolamento, clima rigido, fragilità infrastrutturale e servizi più costosi".
L’esclusione dallo status di Comune montano significa perdita dell’accesso ai fondi Fosmit, difficoltà nell’acquisto di mezzi essenziali come spazzaneve e scuolabus, riduzione delle possibilità di intervento sulla sicurezza del territorio e, in molti casi, perdita dei requisiti agevolati per mantenere autonomie scolastiche.
Durissimo l’intervento di Vincenzo D’Ercole, sindaco di Castiglione Messer Raimondo, uno dei centri esclusi: "Per noi si profila un vero e proprio bagno di sangue. Usciremmo dai bandi Fosmit, perderemmo risorse fondamentali e saremmo costretti ad abbandonare percorsi già avviati, come le Unioni montane incentivate dalla stessa Regione. E' un paradosso istituzionale".
Secondo i sindaci, il rischio concreto è l’accelerazione dello spopolamento, la chiusura di scuole e servizi, la desertificazione economica di interi comprensori.
Il nodo politico resta aperto: una riforma nata per razionalizzare rischia di trasformarsi nell’ennesimo colpo alle aree interne.
I Comuni sforbiciati:
Provincia di Chieti
Casalanguida, Dogliola, Archi, Fresagrandinaria, Furci, Gissi, Lentella, Roccascalegna, Atessa, Casoli, Cupello, Monteodorisio, Roccamontepiano, Scerni
Provincia di Teramo
Castiglione Messer Raimondo, Castilenti, Cellino Attanasio, Montefino, Atri, Canzano, Notaresco
Provincia di Pescara
Turrivalignani, Penne, Bolognano, Manoppello, Scafa
Provincia dell’Aquila
Nessun taglio
10 febbr. 2026
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Foto CORALBA GIANNICO