di Marco Tabellione 

Nuovo romanzo e una nuova sequela di personaggi affascinanti, edificanti, derelitti, emarginati, per Arturo Bernava, che con Il colore dei pensieri (Chiare edizioni) è tornato a proporsi al pubblico della narrativa italiana.  
Un pentito, confinato in un paese dell’Abruzzo, una ex scrittrice che sopravvive a se stessa e ad un figlio che ha smesso volutamente di parlare dal giorno della morte del padre. E poi ancora un giocatore eccezionale di flipper, che ha scelto anche lui il silenzio, anche se per motivi diversi rispetto al bambino. Un maresciallo di polizia alle prese con i propri errori ma anche con il proprio onore di uomo oltre quello del militare. E poi una storia che intreccia vicende, fallimenti e resurrezioni personali, con traffici loschi, dove mafia e potere vanno a braccetto, e sullo sfondo si profila il dramma della sperequazione tra occidente e paesi sottosviluppati. Insomma un crogiolo di temi e suggestioni che però fanno da base a quella che sicuramente è il lato più autentico della storia, un incontro d’amore che è innanzitutto un incontro di anime, oltre che di corpi, con una venatura poetica di grande intensità, legata ad una particolare disposizione della protagonista, la ex scrittrice, per la quale le esperienze della vita, le percezioni, gli incontri, gli umori, le illusioni, le speranze, e il grande armamentario, su cui ognuno di noi costruisce la propria visione del mondo, hanno la facoltà di tramutarsi in colore. Da qui il titolo sinestetico “Il colore dei pensieri”, ispirato tra l’altro all’album omonimo dei Pooh – abbondantemente citati nel romanzo - che è molto di più di una semplice trovata romantica, riassume lo sforzo compiuto dall’autore in questo suo ultimo romanzo. 


Dopo i successi dei precedenti romanzi, legati alle esperienze e alle storie della Resistenza, in questo lavoro Arturo Bernava cerca di fare il grande salto, di dare vita cioè non più ad un semplice per quanto avvincente romanzo realistico, una rappresentazione in fiction della vita dei personaggi, ma prova a conquistare le vette della poesia, pur nella forma del romanzo. Ed è indubbio che l’apice viene raggiunto proprio alla fine della storia, quando in una lettera che si muove tra commiato e ricongiunzione, il protagonista maschile descrive i cento motivi del suo amore verso la protagonista. 
Un’idea bellissima, semplice e di grande spessore umano, che fanno di questo romanzo sicuramente il migliore di Arturo Bernava, nonostante gli altri siano stati pluripremiati e accolti brillantemente da critica e pubblico. E poi si tratta di un libro che in un certo senso andava scritto questo di Bernava, perché fondato tematicamente su rivolgimenti e fenomeni, come quello dell’emigrazione in massa dal sud del mondo, che è necessario più che mai trattare, perché stanno alimentando in maniera decisiva la storia contemporanea. 07 agosto ‘18 


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