
"Contrariamente ad alcune indiscrezioni non risulta sia stata effettuata alcuna iscrizione dei bambini presso alcuna scuola per il prossimo anno scolastico". Lo ha dichiarato il nuovo avvocato della famiglia nel bosco di Palmoli (Ch), Simone Pillon (nella foto), dopo che i due precedenti hanno abbandonato l'incarico.
E sotto accusa finisce anche una consulenza tecnica d’ufficio “gravemente carente sotto il profilo metodologico e scientifico”, tanto da essere ritenuta “nulla” e potenzialmente suscettibile di valutazione sotto il profilo delle responsabilità professionali. E' questo, infatti, il cuore delle “note critiche di parte” depositate dallo psichiatra Tonino Cantelmi e dalla psicoterapeuta Martina Aiello, consulenti di parte, nell’ambito del procedimento aperto davanti al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila sui Trevallion-Birmingham. Il documento, lungo oltre 300 pagine, individua quindici “criticità” nella relazione della consulenza tecnica d’ufficio (Ctu) redatta dalla dottoressa Simona Ceccoli, incaricata dai giudici. Secondo i consulenti di parte, le conclusioni della Ctu sarebbero fondate su valutazioni “ipotetiche e probabilistiche”, prive di adeguati riscontri clinici diretti e basate su un impianto metodologico ritenuto insufficiente.
Tra i punti più rilevanti sollevati vi è la presunta mancanza di accertamenti diretti sui minori e sulle relazioni genitori-figli. Nel documento si sostiene che i bambini “non sono stati ascoltati, né osservati” attraverso colloqui clinici strutturati e che non sarebbe stata effettuata un’osservazione diretta delle interazioni familiari. Secondo Cantelmi e Aiello, la Ctu ha inoltre ignorato gli effetti psicologici derivanti dall’allontanamento dei minori dal nucleo familiare e dal collocamento in casa-famiglia, nonostante – si legge nelle note – la presenza di documentazione clinica e scientifica sul trauma da separazione e istituzionalizzazione.
Un’altra contestazione riguarda l’uso dei test psicodiagnostici. I consulenti criticano in particolare l’impiego di test grafici e proiettivi, definiti “scientificamente deboli”, e contestano la modalità di somministrazione delle prove, avvenuta – secondo la loro ricostruzione – in condizioni emotive e linguistiche non adeguate. Uno degli aspetti centrali evidenziati nel documento riguarda l’assenza, nella stessa relazione Ctu, di diagnosi psichiatriche o disturbi di personalità nei confronti dei genitori.
Nonostante ciò, la consulenza sarebbe comunque giunta a formulare giudizi di “inadeguatezza genitoriale” sulla base di tratti caratteriali come rigidità, controllo o difensività. Per i consulenti di parte, tali elementi non sarebbero sufficienti, da soli, a dimostrare un rischio concreto per i minori, soprattutto in assenza di osservazioni cliniche dirette e ripetute delle dinamiche familiari. Le note critiche mettono inoltre in discussione le competenze specialistiche della Ctu e dell’ausiliaria incaricata della somministrazione dei test, sostenendo che non emergerebbero requisiti specifici documentati in materia minorile. I consulenti contestano anche un "grave bias socioculturale” nella valutazione delle scelte di vita della famiglia, accusando la Ctu di aver interpretato modelli educativi alternativi, come homeschooling e stili di vita ecosostenibili, come indicatori di inadeguatezza genitoriale. I consulenti ritengono che questo approccio abbia spostato la valutazione dal piano strettamente clinico a quello ideologico.
Nel documento vengono inoltre citati presunti atteggiamenti pregiudizievoli e riferimenti a post social attribuiti all’ausiliaria, ritenuti incompatibili con l’imparzialità richiesta in un procedimento peritale. Nelle conclusioni, Cantelmi e Aiello sostengono che la consulenza tecnica non possa costituire base sufficiente per decisioni fortemente limitative della responsabilità genitoriale. Le valutazioni espresse, secondo i consulenti, sarebbero infatti “parziali”, “ipotetiche” e fondate su strumenti ritenuti inadeguati. Il documento chiede quindi una rivalutazione complessiva dell’impianto peritale, evidenziando la necessità di accertamenti diretti, multidisciplinari e scientificamente fondati, soprattutto in un procedimento che coinvolge minori e relazioni familiari.
Intanto nei giorni scorsi il Tribunale per i minorenni ha respinto il ricorso presentato contro l'ordinanza del 6 marzo scorso che ha disposto l'allontanamento della mamma dalla struttura protetta dove i tre figli sono ospitati ormai da oltre sei mesi. Secondo quanto si apprende, i giudici, chiamati ad esprimersi dalla Corte d'Appello che aveva ritenuto il reclamo 'improcedibile', hanno rigettato l'istanza su tutti i punti, confermando dunque l'allontanamento della donna dalla casa famiglia.
Lo stesso tribunale, nell'ordinanza del 6 marzo, aveva chiesto che anche i bimbi venissero trasferiti in un'altra struttura, salvo fare un passo indietro alcune settimane dopo, modificando la decisione e confermando la permanenza dei minori nella casa famiglia seppur senza la mamma. 21 mag. 2026
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