Omicidio Umberto Ranieri. 'Non lo volevo uccidere'. 'Ma noi vogliamo piena giustizia'

“Non lo volevo uccidere… Ho sbagliato...”. Poche parole, di una dichiarazione rilasciata spontaneamente alla magistratura, dopo che si è rifiutato di rispondere alle domande. Frase che è un’ammissione di responsabilità. Così Jelassi Mohamed Aziz, 18 anni, tunisino, in carcere per l’assassinio di Umberto Ranieri, in arte Nniet Brovdi (nella foto), 55 anni, di Paglieta (Ch), pittore e performer, ammazzato in largo Preneste a Roma.

L’aggressione lo scorso 17 marzo; il decesso, in ospedale, dopo tre giorni di agonia. Il giovane ha colpito l’artista abruzzese con un pugno micidiale, che l’ha scaraventato a terra: nella caduta, c’è stato lo sfondamento del cranio, con fuoriuscita di materia cerebrale. Impossibile, quindi, che si salvasse. Il colpo mortale è stato sferrato perché Ranieri, quella sera, aveva invitato il magrebino e le sue due amiche, che stavano mangiucchiando semi di girasole, a non sporcare il posto. Il gruppetto è poi fuggito, si è dileguato, e per centouno giorni è riuscito a farla franca.

A fine giugno la cattura dell’extracomunitario, che lavora come facchino e che abita a Roma, con la famiglia, in un albergo dismesso situato sulla Prenestina. Ora è rinchiuso nella prigione di Regina Coeli, da dove ha spiegato che non si è scagliato contro Ranieri con l'intenzione di ammazzarlo. Ha ammesso quindi le proprie responsabilità. "L’ho colpito perché non se ne andava. Era fastidioso – ha detto al gup Clementina Forleo –. Quell’uomo si era intestardito perché io, la mia ragazza e la sua amica buttavamo a terra i resti dei semi. Gli ho detto più volte di allontanarsi. Poi ho perso il controllo".

Il pm Laura Condemi, con l’appoggio dei carabinieri, lo ha individuato attraverso un controllo su tutti i telefoni agganciati la sera della tragedia dalla cella di riferimento del giardino di largo Preneste. Gli investigatori hanno concentrato le loro attenzioni su un gruppo di telefonini spostatisi insieme e in modo coordinato dopo il dramma. Poi hanno memorizzato i numeri dei cellulari per vedere sui profili WhatsApp i volti di coloro che hanno in uso gli smartphone. Grazie a queste foto, è stato possibile il confronto con le immagini delle telecamere della zona e poi l'individuazione con nome e cognome dei ragazzi coinvolti. Quando hanno chiamato la fidanzata del 18enne, arrestato lo scorso mercoledì, gli inquirenti avevano già a disposizione materiale sufficiente a incastrarlo. Certo lo sfogo della ragazza intercettata ha aiutato: "Se mi vengono a cercare, dico tutto".

L'accusa è di omicidio preterintenzionale, aggravato dai futili motivi. E proprio di questo, ieri, nella trasmissione Rai, "Uno Mattina", hanno parlato il padre della vittima, Filomeno, e la cugina, Paola Abbonizio, che vive nella capitale e che è stata la prima ad accorrere, quella maledetta domenica, al capezzale dell'artista, in fin di vita.

"Vogliamo piena giustizia", ha ribadito il papà, distrutto e sofferente per quanto accaduto. "Il responsabile - dice la cugina - deve avere la pena che merita, esemplare, senza sconti... Non può essere - prosegue - che uno esce di casa per una passeggiata e non vi fa più ritorno... Mio cugino era un buono e non faceva male a nessuno". Negli ultimi tempi stava persino pensando di prendere i voti. "E' stato ucciso perché ha osato richiamare qualcuno alla civiltà...". E sono alle battute conclusive gli esami autoptici, con le ultime analisi dei tessuti refertati e la relazione del consulente dell'accusa che dovrebbe essere depositata a brevissimo, come spiega l'avvocato della famiglia Ranieri, Giacinto Ceroli.

Serena Giannico

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