La sua stola, la bibbia e lunghi applausi: così Lanciano saluta don Vittorio Lusi
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La stola da sacerdote. E la Bibbia aperta sulla bara. Su quella stessa bara via via si aggiungono le lacrime, le mani che tentano ancora di abbracciarlo, i sentimenti e l’amicizia, i ricordi e le giornate di coloro che ha conosciuto.

La sua chiesa, quella della parrocchia del “Sacro Cuore” che ha ideato e poi realizzata con il contributo di tutta la comunità, lo accoglie. Tanta gente, ed è ancora incredula, sbigottita. Don Vittorio Lusi, 84 anni, dopo una delle sue splendide nuotate fatte con passione, lunedì scorso ha avuto un malore - così ha accertato l’autopsia, con altri esami istologici in corso - mentre si trovava fra i trabocchi Spezzacatena e Cavalluccio a Rocca San Giovanni (Ch). Poi la caduta fra le rocce, l'avvistamento di una donna dalla Via Verde e i soccorsi con il corpo che galleggiava in mare. E' morto in quel tratto di costa dove liberava l'animo alla gioia.

La chiesa, nel quartiere di Olmo di Ricco a Lanciano (Ch), è stracolma per i funerali. Lo stesso è per l’oratorio, nel piano sottostante, dove è stato predisposto un maxi schermo. In tanti restano fuori. Ci sono il clero diocesano, la Protezione civile, i rappresentanti dei vigili del fuoco in congedo con il loro vessillo. E i membri dell’associazione subacquea dell’Orsa Minore con i quali don Vittorio celebrava la messa al “Cristo degli abissi” nei fondali di Rocca San Giovanni.

"Mille emozioni e sentimenti affollano il cuore - esordisce monsignor Emidio Cipollone, arcivescovo di Lanciano-Ortona -. Piangiamo un figlio di questa città, un fratello, un padre... Ciascuno oggi può raccontare la sua storia con lui". Ci sono quelli che don Vittorio ha battezzato nei vecchi locali, sottostanti la scuola "don Milani", quando, alla fine degli anni Settanta, il luogo di culto era solo un desiderio e nulla più. Poi ci sono i figli di costoro, intere generazioni di parrocchiani. Di sposi che preparava nei corsi pre-matrimoniali e con i quali a distanza di anni conservava un’amicizia fatta di incontri e riconciliazioni, di ascolto e suggerimenti. Sempre con discrezione.

Dalla liturgia proclamata durante la messa l’arcivescovo prende spunto per ricordare che "un albero buono produce frutti buoni. E ciascuno di noi ha potuto sperimentare le sue opere visibili e quelle invisibili". Quelle visibili sono la stessa chiesa, la "Mensa del Buon Samaritano" con la quale per decenni ha potuto, grazie al contributo di tanti volontari, sfamare gli ultimi. Loro, a fine giornata, erano la sua preoccupazione più grande: i meno abbienti, i tossicodipendenti, gli sfortunati che chiedevano un pranzo, un tozzo di pane. E poi, silenziosamente, lasciavano i locali della mensa con una busta di viveri per la sera.

Ci sono le opere invisibili – aggiunge il sindaco di Lanciano, Mario Pupillo – e sono innumerevoli perché "le opere visibili di don Vittorio sono come la punta di un iceberg, il visibile è solo una piccola parte di tutta la sua opera in città": la porta della chiesa sempre aperta fino a tarda notte in segno di accoglienza, il servizio alla parrocchia, la disponibilità smisurata ad ogni ora del giorno verso chi chiedeva un’ora di dialogo, una confessione, uno sfogo.

"Era un uomo che amava la saggezza e la fede con la forma e l’energia di un ragazzo, il temperamento gioviale - prosegue Pupillo - che ha costruito una comunità zeppa di valori, sociali e spirituali". Intervalli di silenzio e raccoglimento, frammisti a lunghi e innumerevoli applausi. E, ancora, il ricordo di un sacerdote che ha seminato serenità e gioia, letizia e speranza in un futuro migliore, che sdrammatizzava anche quando il pericolo incombeva.

Commosso il ricordo che ne fa il sacerdote don Leo Di Felice: "La nostra amicizia è nata nel seminario regionale. Non è rimasta tale. Da amicizia è diventata fraternità. Don Vittorio era un amante della natura. Che non erano solo il mare e le immersioni. Aveva un telescopio sul balcone, scrutava i misteri delle stelle. E del creato. Amava la montagna. E quando scopriva una grotta, una sorgente d’acqua me ne faceva partecipe". C’è una città che a don Vittorio deve tanto perché – ricorda don Leo - "ad essa lui ha dato tutto se stesso. Di lui apprezziamo oggi la lancianesità, l’amore per il creato e la stima che è riuscito a ritagliarsi fra la gente".

Nel 2017 dopo 43 anni di servizio don Vittorio lascia la sua comunità del "Sacro Cuore". "Vado in pensione", annuncia. I suoi amici più cari gli ripetono: "Un sacerdote non va mai in pensione…". E per la sua disponibilità, avendo casa nel quartiere Cappuccini, inizia a prestare servizio pastorale nella parrocchia di San Pietro. Ricomincia da dove aveva lasciato negli anni Sessanta appena ordinato sacerdote, proprio a San Pietro. Ricomincia con la gioia di un bambino.  Soprattutto – ricorda monsignor Cipollone "è stato un uomo che ha saputo coniugare Dio, la comunità che gli è stata affidata e il tempo libero". Nessun proclama di perfezione, fra i pregi e le fragilità di uomo-sacerdote: "E' per questo che ti affidiamo alla misericordia del Signore, con la speranza che ti siano spalancate le porte del Paradiso e ti accolgano i beati…", conclude don Leo.

Alessandro Di Matteo

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