
Un grido sordo, carico di rabbia, ha squarciato il silenzio dell'aula nel momento in cui la Corte d’Assise d’Appello dell'Aquila ha pronunciato la parola definitiva: ergastolo.
Aldo Rodolfo Di Nunzio, 73 anni, di Lanciano (Ch), non ha trattenuto la sua furia, scagliando un pesantissimo "Vergognatevi!" verso i giudici e i presenti, gesto che ha suggellato la chiusura di un processo drammatico per l'omicidio della moglie, Annamaria D’Eliseo, collaboratrice scolastica, morta a 60 anni.
A pochi metri da lui, impassibili nonostante l'invettiva del padre, sedevano i cinque figli della coppia, assistiti dall'avvocato Elisabetta Merlino. La loro presenza in aula è stata una testimonianza silenziosa ma granitica: schierati come un fronte unico sin dal primo giorno, hanno scelto di stare dalla parte della madre, costituendosi parte civile contro il genitore. Il contrasto tra le urla dell'imputato e il rigore composto dei figli ha raccontato, meglio di qualsiasi perizia, la frattura insanabile di una famiglia distrutta.
Il dibattimento ha restituito l'immagine di un uomo dal carattere autoritario. L'ex vigile del fuoco è stato descritto come un "padre-padrone" che esercitava un controllo asfissiante sulle mura domestiche, trasformando la vita della consorte in un percorso di sottomissione psicologica. Lei doveva ubbidire, a basta.
Fu trovata, il 15 luglio 2022, con fili della corrente elettrica stretti attorno al collo e con il marito accanto, che ai soccorritori ha subito detto: "L'ho trovata così. Si è ammazzata".
Nel corso dell'udienza, il pg Mirvana Di Serio (stesso pm che ha sostenuto l'accusa in primo grado, nel frattempo arrivata all'Aquila come avvocato generale presso la Procura generale) ha nuovamente elencando alcuni dati certi legati, stando ai riscontri, alla colpevolezza di Di Nunzio, come il decesso per soffocamento non compatibile con un'impiccagione; l'assenza di ganci nel soffitto del garage per poter realizzare una impiccagione; il fatto che i fili che sarebbero stati utilizzati per il suicidio non avrebbero potuto sopportare il peso della donna, oltre al fatto che non c'erano altri in casa. Di Serio ha fatto riferimento a precedenti episodi verificati in famiglia: in uno lui ha preso a bastonate la moglie, alcuni mesi prima del delitto.
Secondo l'accusa, la sua competenza tecnica nel gestire nodi e corde, maturata in anni di servizio, sarebbe servita a mettere in scena una fredda simulazione: l'avrebbe strangolata e poi avrebbe inscenato un finto suicidio nel garage della loro villa in località Iconicella, utilizzando dei cavi elettrici.
Prima gli investigatori, i carabinieri, poi i magistrati hanno però smontato quella messinscena, pezzo dopo pezzo. Le perizie hanno dichiarato l'impossibilità tecnica del suicidio descritto da Di Nunzio, mentre un file audio di pochi secondi, catturato dalle telecamere di sorveglianza, ha restituito alla Corte le ultime, disperate richeiste d'aiuto della vittima.
Carcere a vita, dunque, nonostante la difesa, con gli avvocati Alessandra Baldassarre e Calogero Talluto, abbia provato ad evidenziare che la vittima era seguita dal medico di famiglia per una forma di depressione. E abbia annunciato il ricorso in Cassazione.
La sentenza di secondo grado cristallizza una verità durissima: quella di un femminicidio lucido, nato in un clima di violenza domestica che si protraeva da tempo.
Di Nunzio è recluso nel carcere di Teramo da gennaio 2024. 20 mar 2026
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