Famiglia nel bosco. 'Bimbi siano trasferiti in altra struttura e divisi dalla madre': lo ordinano i giudici

Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto il trasferimento in un’altra comunità dei tre figli della coppia Trevallion -Birmingham, la cosiddetta famiglia nel bosco, interrompendo la convivenza con la madre all’interno della struttura che finora li ha ospitati a Vasto (Ch).

Il provvedimento è contenuto in una nuova ordinanza, a firma sempre dello stesso giudice, Ceciclia Angrisano, quella che ha tolto i bimbi ai genitori mesi fa. Il collegio ha rivalutato la situazione alla luce delle relazioni depositate dal servizio sociale, dalla casa-famiglia e dal servizio di Neuropsichiatria infantile, evidenziando nel documento come la presenza costante della madre sia divenuta "gravemente ostativa agli interventi programmati e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e l’educazione dei minori".

I tre piccoli - due gemelli del 2019 e la primogenita del 2027 - erano stati collocati, dal 20 novembre scorso, in una comunità dopo la sospensione della responsabilità genitoriale di papà Nathan Trevallion e mamma Catherine Birmingham. Una decisione motivata, già nei precedenti provvedimenti, dalla mancata collaborazione con i servizi sociali e dal rifiuto di aderire agli interventi di supporto. In particolare, i genitori avevano respinto l’accesso settimanale a un centro socio-psico-educativo destinato a favorire la socializzazione dei figli, interrompendo successivamente anche i contatti con gli operatori e impedendo verifiche dirette sulle condizioni dei bambini.

Dalle relazioni depositate nelle ultime settimane emerge che nei primi giorni successivi al collocamento i minorenni avevano mostrato una reazione positiva al nuovo contesto. Secondo quanto riferito dalla casa-famiglia, "a distanza di una settimana dal loro inserimento hanno esplorato con entusiasmo la casa e si sono compiaciuti degli ambienti e dei giochi messi a disposizione". Con il passare del tempo i bambini avevano iniziato a partecipare alle attività ludiche con maggiore spontaneità e a condividere momenti di gioco con gli altri ragazzini, pur mantenendo difficoltà soprattutto nella fase dell’addormentamento.

L’osservazione diretta dei minori ha inoltre consentito ai servizi di accertare una situazione di grave ritardo nell’apprendimento, in particolare per quanto riguarda la primogenita. Secondo il servizio sociale la bambina "si trova ancora in una fase alfabetica e non ortografica", non riuscendo a sillabare correttamente le parole né a mettere insieme i numeri. La madre avrebbe spiegato di condividere un modello educativo secondo cui l’apprendimento formale dovrebbe iniziare solo dopo i sette anni, perché "il cervello è maggiormente predisposto ad apprendere dopo aver fatto esperienze dirette nella natura". Una visione che, osserva il collegio, "confligge con l’obbligo di istruzione previsto dalla normativa".

Per colmare le lacune era stato quindi avviato un percorso didattico con una maestra incaricata di seguire i bambini alcune ore alla settimana. Anche in questo caso, tuttavia, le relazioni degli assistenti sociali descrivono un clima di crescente tensione. In particolare la madre avrebbe manifestato "atteggiamenti ostili" nei confronti delle educatrici e dell’insegnante, arrivando in alcune circostanze a contestare apertamente le modalità delle lezioni e a scoraggiare la collaborazione dei figli. "Nonostante i tentativi di dialogo – vien scritto – Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e non si fida di nessuno".

Con il passare delle settimane la situazione sarebbe ulteriormente degenerata, con episodi di forte conflittualità. Secondo quanto riportato nelle relazioni della casa-famiglia, i bambini avrebbero iniziato a mettere in atto comportamenti distruttivi e aggressivi, rompendo oggetti e tentando in alcune circostanze di colpire le educatrici con bastoni ricavati da persiane danneggiate. In uno di questi episodi un’operatrice ha riportato piccoli tagli a una mano e sotto il mento.

Viene sottolineato inoltre che la madre avrebbe progressivamente ignorato le regole organizzative della comunità, portando i figli nel proprio alloggio al piano superiore per lunghi periodi e impedendo di fatto la supervisione del personale. "Decide e attua in maniera autonoma e contraria alle direttive – si legge nella relazione – rimandando ai bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni".

Alla luce di questo quadro la casa-famiglia ha segnalato l’impossibilità di proseguire l’intervento educativo nelle condizioni attuali, chiedendo una valutazione urgente di soluzioni alternative. Il tribunale ha quindi ritenuto che la permanenza della madre nella struttura non fosse più sostenibile e che la situazione rischiasse di compromettere anche la serenità degli altri ospiti. "La condotta tenuta dalla madre – scrivono i giudici – è divenuta fonte di grave pregiudizio non solo per l’istruzione dei figli ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità".

Di qui  il trasferimento dei bambini in un’altra comunità, con l’interruzione della convivenza con la madre e la prosecuzione degli interventi dei servizi sociali e sanitari. Restano comunque previsti incontri protetti e contatti a distanza tra la donna e i figli, mentre i servizi sono stati invitati a valutare anche un possibile incremento della frequentazione con il padre, descritto come collaborativo e capace di rassicurare i bambini.

Nell’ordinanza i giudici affrontano anche il tema dell’esposizione mediatica della vicenda, definita particolarmente critica. Parlano di ingerenza della stampa. Dalla documentazione acquisita, scrive il tribunale, emergerebbero "in diversi casi gravi violazioni dell’articolo 5 del Testo unico dei doveri del giornalista e della Carta di Treviso", le norme che tutelano l’identità e la riservatezza dei minori. Il collegio sottolinea tuttavia di non disporre di elementi sufficienti per procedere a segnalazioni disciplinari agli organismi competenti. 06 mar. 2026

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