La rivista scientifica "Scienze", tra le più note al mondo, dedica l'apertura delle news on line all'inchiesta della Procura di Teramo sul sistema Gran Sasso, che vede coinvolti i dirigenti dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn)  assieme a quelli di Strada dei Parchi e dell'acquedotto del Ruzzo, società che gestisce il servizio idrico integrato di 39 comuni. I laboratori, inaugurati nel 1984, sono situati a 1.400 metri sotto la vetta del massiccio montuoso più alto degli Appennini. Qui scienziati di tutto il mondo studiano la materia oscura e i neutrini, particelle cosmiche prive di massa. 
"L'articolo, dal titolo "Chemical spills put Italy’s underground physics lab in jeopardy", è a firma di Edwin Cartlidge e ripercorre la vicenda partendo dall'incidente del 2002 con la fuoriuscita del trimetilbenzene di Borexino nel fiume Mavone fino ad arrivare alle vicende più recenti, dal caso del diclorometano fino al cloroformio. Centrale la questione dello stoccaggio di 2.300 tonnellate di sostanze pericolose per gli esperimenti Borexino (1.292 tonnellate di trimetilbenzene) e LVD (1.040 tonnellate di acqua ragia) vicino alle captazioni, vietato dalla legge. "Su questo aspetto - fa presente la Stazione ornitologica abruzzese - l'articolo rivela che il direttore dell'Infn a gennaio 2018 ha scritto una lettera al direttore dei Laboratori chiarendo che entro il 2020 dovranno essere allontanate le sostanze pericolose per far uscire i Laboratori dagli obblighi della direttiva Seveso sugli Impianti a rischio di incidente rilevante. Il lungo pezzo - viene aggiunto - relaziona sulla preoccupazione della popolazione, sull'attività di denuncia della Stazione Ornitologica Abruzzese che fa parte attiva della Mobilitazione per l'acqua del Gran Sasso e sull'inchiesta della Procura di Teramo, coadiuvata dai Noe e dai periti, e si chiude con una riflessione relativa al concetto di limite da applicarsi anche alla ricerca quando può venire in contrasto con il diritto fondamentale della popolazione all'accesso all'acqua".

L'inchiesta sul sistema Gran Sasso in realtà ha evidenziato una serie di "forti criticità di tipo strutturale che vanno necessariamente risolte attraverso complessi ed articolati lavori e con un notevole stanziamento di fondi da parte degli enti preposti, aspetti questi non di competenza della Procura", come scrive il procuratore capo di Teramo, Antonio Guerriero, in una lettera inviata alle varie istituzionali nazionali, regionali, provinciali e comunali per "segnalare la necessità di interventi definitivi di messa in sicurezza di laboratori e gallerie". "L'acqua non è inquinata, sia chiaro. I cittadini possono stare tranquilli. L'acqua si può bere, io la bevo tutti i giorni - spiega il procuratore - ma ci sono criticità su cui bisogna intervenire. Vent'anni fa il laboratorio fu sequestrato e furono stanziati 80 milioni di euro per effettuare tutta una serie di lavori che in realtà non sono stati fatti". Ad oggi, per la Procura, né laboratori né gallerie autostradali sono adeguatamente impermeabilizzati, con il rischio di contaminazioni in caso di incidenti. "Sia i laboratori che la galleria sono beni di grande valore che vogliamo tutelare, ma devono poter convivere in sicurezza con quella spugna che è il Gran Sasso - continuato Guerriero - e i laboratori non sono adeguatamente impermeabilizzati: su 12 chilometri di galleria ne è impermeabilizzato uno solo". 

Ma quali le contestazioni della magistratura, che ha emesso anche dieci avvisi di reato e sequestrato alcuni tratti delle gallerie? Inquinamento ambientale dovuto, ad esempio, proprio alla "mancanza di impermeabilizzazione delle gallerie dei laboratori in stato di degrado e abbandono", e pericolo di inquinamento delle falde da cui attingono gli acquedotti che servono 700mila abruzzesi. Ad essere raggiunti da comunicazioni di garanzia il presidente dell'Infn Fernando Ferroni; il direttore dei Laboratori Stefano Ragazzi; il responsabile del servizio ambiente dei Laboratori Raffaele Adinolfi Falcone; il responsabile della divisione tecnica dei Laboratori Dino Franciotti; il presidente di Strada dei Parchi Lelio Scopa; l'amministratore delegato di Strada dei Parchi, Cesare Ramadori; il direttore generale di Strada dei Parchi, Igino Lai; il presidente della Ruzzo Reti Antonio Forlini; il responsabile dell'Unità operativa di esercizio della Ruzzo Reti, Ezio Napolitani e il responsabile del servizio acquedotto della Ruzzo, Maurizio Faragalli.
"Ciascuno - recitano i capi d'accusa - tenendo nei rispettivi ambiti di competenza condotte colpose..., abusivamente cagionavano o non impedivano ed, in ogni caso contribuivano a cagionare o a non impedire un permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del massiccio del Gran Sasso".

Ai vertici dell'Infn viene contestato di aver mantenuto in esercizio i Laboratori senza aver verificato se vi fosse "un adeguato isolamento idraulico delle opere di captazione e convogliamento delle acque destinate ad uso idropotabile ricadenti nella struttura rispetto alle limitrofe potenziali fonti di contaminazione" e quindi senza attuare le misure "atte a scongiurare il rischio di contaminazione delle acque sotterranee", così come di aver omesso di adottare "le misure necessarie per l'allontanamento della zona di rispetto delle sostanze pericolose detenute ed utilizzate nelle attività dei laboratori".
I rappresentanti di Strada dei Parchi, invece, avrebbero mantenuto in esercizio le gallerie autostradali, come si legge ancora nel capo di imputazione, "senza verificare l'esistenza di un adeguato isolamento delle superfici dei tunnel autostradali e delle condutture di scarico a servizio delle gallerie rispetto alla circostante falda acquifera". 
Di conseguenza la società avrebbe omesso di attuare le misure, quali il completamento delle opere di impermeabilizzazione delle platee autostradali, necessarie a scongiurare il rischio di contaminazione della falda e quindi delle acque sotterranee. 
Ai vertici del Ruzzo, infine, viene contestato di non aver verificato se "vi fosse un adeguato isolamento delle opere di captazione e convogliamento delle acque sotterranee destinate ad uso idropotabile" ricadenti nelle strutture dei Laboratori e nei tunnel autostradali, "rispetto alle potenziali fonti di contaminazione" e di conseguenza di non aver attuato le relative misure atte a scongiurare il rischio di immissione in rete di acque contaminate. 
Al Ruzzo viene anche contestato di non aver assicurato "il mantenimento di adeguate condizioni igieniche e di efficienza delle strutture acquedottistiche", di non aver vigilato "sulla funzionalità dei sistemi di rilevazione precoce di eventuali contaminazioni". 

I fascicoli si soffermano anche sugli episodi di presunto inquinamento dell'acqua avvenuti tra il 2016 e il 2017 e lo scorso maggio quando in 32 comuni del Teramano fu dichiarata la non potabilità dell'acqua proveniente dall'invaso del Gran Sasso. L'emergenza è durata 12 ore, ma tanto è bastato a mandare nel panico intere comunità. La contaminazione chimica sarebbe dovuta ai prodotti di scarto degli esperimenti scientifici. E gli interventi commissariali costati 80 milioni di euro non sarebbero bastati. L'Istituto nazionale di Fisica nucleare ribadendo piena fiducia nella magistratura, si difende dicendo di aver agito sempre con onestà e correttezza.

"La Procura - evidenzia Augusto De Sanctis, del Forun H2o - ha disegnato un inquietante fallimento del sistema. Gli scienziati hanno sbagliato clamorosamente, noi invece, che abbiamo presentato gli esposti, abbiamo lavorato sulle carte, sui fatti, sui documenti, sulle leggi". “Le questioni ambientali sono sempre relegate in un cantuccio – spiega Massimo Fraticelli dell’Osservatorio indipendente – purtroppo chi ha inquinato non pagherà, vedi Bussi e La Torre. Ancora non vediamo i lavori di messa in sicurezza e i rischi sono ancora notevolissimi: laboratori e autostrada restano i nodi irrisolti, noi da parte nostra continueremo a premere perché si metta in sicurezza l’acquifero”. Ad oggi l’interferenza tra tunnel autostradale, Infn e la captazione dell’acqua “è irrisolta" - prosegue De Sanctis, che mette in rilievo alcuni stralci dell’inchiesta della Procura di Teramo: "Ci sono passaggi davvero inquietanti, come ad esempio quello in cui si annovera aree abbandonate anche fino al degrado, con acque di stillicidio che si trasformano in piccole cascate in prossimità di apparati sperimentali". Chiaramente il mantra di De Sanctis resta sempre l’allontanamento dai Laboratori Infn di 2.300 tonnellate di "sostanze pericolose stoccate irregolarmente vicino ai punti di captazioni, una cosa che è vietata dalla legge dal 1988". Per l’ambientalista i lavori fatti eseguire dal commissario nel 2000, per circa 80 milioni, "si sono rilevati insufficienti. Il Governo dovrà adoperarsi assicurando un intervento appropriato circa la permeabilizzazione e la Regione Abruzzo deve approvare immediatamente il piano di salvaguardia delle acque potabile: lo doveva fare dal 2006, per assicurare acqua pulita e trasparente”. 
10 ottobre 2018

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