Giorno del ricordo. 'Io, esule a tre anni. Fuggito dagli orrori delle foibe e trapiantato in Abruzzo'
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Uccisi o annegati. Polsi legati con un fil di ferro. Chi crivellato con colpi alla testa, chi trucidato. Massacri, terrore e silenzio. Per quasi 50 anni si è scelto di non parlare della tragedia vissuta da migliaia di cittadini (giuliano-dalmati) prima arrestati e poi ammazzati e gettati negli inghiottitoi-prigione conosciuti come foibe. Carlo Alberto Agostinis, classe 1944, di Lanciano (Ch),  è un esule italiano. Ha vissuto con la sua famiglia la storia di italiani in balìa di nemici in terra, dapprima italiana, l’Istria, poi divenuta jugoslava. La Seconda guerra mondiale per il nostro Paese porta un bagaglio di morti, sul campo, degli scontri corpo a corpo, mitra e carri armati. E con essi vanno contati quelli delle foibe: solo nel 2004 con la legge 92 l’Italia ha reso giustizia a migliaia di vittime. Il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo”. E Agostinis ricorda.

“Sì, il bambino nella foto degli esuli sono io!”, racconta. Sguardo nel vuoto, impaurito, il piccolo Carlo Alberto è su un carretto. E' la foto per eccellenza del dramma degli esuli italiani. "Tutta la nostra vita erano i nostri vestiti, l’essenziale che potevamo portare con noi. Ed io vi ero seduto sopra", aggiunge, poi "la donna a sinistra è la mia mamma e di lato mio nonno materno Giovanni. Papà Beniamino stava sbrigando faccende burocratiche. La foto è stata scattata nel porto di Pola dove confluivano tutti gli esuli per imbarcarsi per Venezia o Trieste", continua. Al porto di Pola c’erano anche i suoi due fratelli, Franco e Mario, e i nonni materni Giovanni e Maria.

Fra brandelli di storie, immagini, ritagli di giornali, articoli e documenti d’epoca la sua abitazione è un pozzo di memoria. "E' come un sogno sfumato. Ero piccolo, in quella foto ho quasi 3 anni. Ricordo il clima però dopo il nostro arrivo prima a Chieti e poi a Lanciano. Siamo giunti in treno da Trieste".

Riavvolgiamo insieme il nastro della storia per cercare di capire, di ritessere il filo di un dramma che lo segnò fin dalla tenera età. Agostinis nasce a Pisino, in Istria, che nel 1944 è territorio italiano. E' a tutti gli effetti un cittadino italiano, come pure la sua famiglia. Il Trattato firmato a Parigi il 10 febbraio del 1947 cambia la geografia: l’Istria diventa terra jugoslava con gran parte del territorio goriziano. "E nel giro di pochi giorni abbiamo dovuto decidere se rimanere italiani o diventare jugoslavi. Per rimanere italiano dovevi parlare l’italiano e poter emigrare se lo volevi, strano a dirlo, in Italia. Se conoscevi però la lingua jugoslava e l’italiano diventavi jugoslavo".

"Papà e mamma hanno deciso di partire. Prima a Pola e successivamente siamo arrivati a Trieste. Con l’autorizzazione del Comitato di assistenza post-bellica il 27 aprile del 1947 ci siamo ritrovati ad Ortona". Agostinis apre cartelle, raccoglitori e mostra timbri, date, certificati. "Guarda, questo è addirittura del mio battesimo!", sussurra. Come mai la scelta dell'Abruzzo? "Papà lavorava nella Cassa Mutua e aveva avuto il trasferimento a Chieti, ci sistemammo allo Scalo fino al 1950. Successivamente a Lanciano, zona Lancianovecchia fino al 1965. Poi dal 1966 qui". Oggi l’esule Agostinis abita nel quartiere Cappuccini-San Pietro. 

Cos’è accaduto negli anni vissuti a Pisino? "Papàci riferiva sempre con discrezione e dignità il terrore",  riprende. "Solo da pochi anni possiamo speigare quanto capitato in Istria. Nella mia città natale sparivano farmacisti, parroci, maestri di scuola, le persone più rappresentative del territorio. Il maresciallo Tito aveva dato ordine di seminare panico, di eliminare i punti di riferimento della popolazione per far confluire la gente nel popolo jugoslavo. Un unico popolo da creare col bagno di sangue".  Qualche esperienza diretta? "Di notte partigiani comunisti bussarono col calcio del fucile in casa di mia zia, Lidia Tortelli. Ammazzarono mio cugino Federico all’istante. Aveva 27 anni".  Dall’armistizio fino al Trattato di pace del 1947 in Istria sono stati anni durissimi. "Siamo stati abbandonati, noi italiani. Dopo l’armistizio non siamo stati più protetti. Tito da belva ha effettuato una vera e propria pulizia etnica. E non potevi dirlo o raccontarlo perché ti prendervi del 'fascista'! Vuoi considerare l’assenza totale del nostro dramma dai testi di storia?" Quasi 300 mila italiani sono dovuti fuggire dalla violenza dei partigiani jugoslavi, "per carità - precisa Agostinis, - erano anche delinquenti, militari, orde di violenti che seminavano sangue a volontà. Ti gettavano dentro le foibe e zitti". Come siete riusciti a sapere delle foibe? "Perché qualcuno si è salvato, qualcuno si è ravveduto e ha testimoniato".

E' mai tornato nei suoi luoghi della primissima infanzia? "Mai. Sono arrivato fino a Pola. Non oltre. Ci hanno sradicato dalla nostra terra, strappati affetti, ricordi. Solo mio figlio Alberto è stato a Pisino, a rivedere i posti  che tante volte dai racconti dei nonni ha conosciuto". Carlo Alberto, funzionario della Asl Lanciano-Vasto-Chieti, è oggi pensionato ed insieme alla moglie Franca raccoglie articoli, compra libri e si tiene documentato su questa vicenda.

Come ha fatto a riconoscersi nella foto, aveva solo 3 anni? "E' stata mia zia Lidia, rimasta a Trieste, a notare su 'Il Piccolo' negli anni 50 quella foto, dove ha riconosciuto mia madre. E ce l’ha inviata. Poi è diventata virale, come si direbbe oggi, un simbolo". 8 febbraio 2019

Alessandro Di Matteo

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