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Valanga Rigopiano. Indagati D'Alfonso, Chiodi e Del Turco. E diversi assessori

Tre presidenti di Regione, quelli che si sono succeduti alla guida dell'Abruzzo nelle ultime legislature, sono sott'inchiesta per la tragedia dell'Hotel Rigopiano a Farindola (Pescara), che il 18 gennaio del 2017 venne travolto e sbriciolato da una valanga che fece 29 morti, tra clienti e personale di servizio. Avvisi di garanzia sono stati recapitati in queste ore, dai carabinieri forestali, all'attuale governatore Luciano D'Alfonso, a quello che lo ha preceduto Gianni Chiodi e a chi ha presieduto la giunta ancora prima, Ottaviano Del Turco. Debbono rispondere di concorso in omicidio colposo, lesioni e disastro colposo. Le accuse, mosse  dal procuratore Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, riguardano la mancata realizzazione e approvazione della Carta valanghe, le cui vicissitudini, decennali, sono state ricostruite, in questi mesi, attraverso sequestri di documenti negli uffici regionali e interrogatori. Inquisiti anche gli assessori con le deleghe alla Protezione civile che ci sono stati dalla Giunta Del Turco in poi, ossia dal 2007 ad oggi, cioè Tommmaso Ginoble, Daniela Stati, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca. Avvisi di reato pure all'ex vice presidente della giunta di Ottaviano Del Turco, Enrico Paolini (che alcuni mesi dopo l'arresto dell'ex governatore ricoprì l'incarico di presidente facente funzioni), che attualmente è stato nominato presidente della Saga, e all'ex assessore Mimmo Srour, che all'epoca aveva la responsabilità della Protezione civile. Con loro sono indagati anche alcuni dirigenti regionali come Carlo Visca (direttore della protezione civile dal marzo 2009 al maggio 2012), Vincenzo Antenucci (che era dirigente del servizio prevenzione rischi dall'ottobre 2001 al giugno 2013), Giovanni Savini (direttore dipartimento per i rapporti con l'Europa, che per tre mesi, nel 2015, si occupò anche di protezione civile). E anche l'ex direttore generale della Regione, Cristina Gerardis, ora a Roma per altro incarico.

Sotto accusa, per il disastro del resort, per quei soccorsi mancati, per una turbina mai arrivata a liberare le strade dell'albergo rimasto isolato, erano precedentemente finiti il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco; il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta; il direttore dell’hotel, Bruno di Tommaso; il dirigente delegato delle Opere pubbliche Paolo d’Incecco; il geometra comunale Enrico Colangeli; il responsabile della Viabilità provinciale Mauro di Blasio e persino l’ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo. Ora il colpo di scena, atteso dai familiari delle vittime. E con i precari equilibri politici in Regione sconquassati da questa nuova, ennesima vicenda giudiziaria che conta, complessivamente, una trentina di indagati.
L'accelerazione all'inchiesta pare sia  stata data da una denuncia presentata di recente dal pool di avvocati del sindaco di Farindola contro il presidente della Regione, dal 4 marzo scorso anche senatore. Denuncia nel quale si fa presente la pessima gestione del settore della Protezione civile in Abruzzo con... "Interi procedimenti amministrativi, già avviati, dedicati alla prevenzione e alla salvezza degli abitanti della Regione... bloccati a partire dal 2014. Una gestione dell’emergenza che risulta sconvolgente per mancanza di organizzazione e di rispetto delle procedure operative imposte dalla legge". Una serie di omissioni, viene contestata, compresa la mappatura delle valanghe.  Ma - viene fatto presente - "non vennero aggiornati neppure i piani di emergenza comunali e non fu realizzato il Piano di emergenza regionale, il multirischio". Situazione peggiorata e divenuta incontrollabile in quella metà gennaio 2017 quando tra nevicate eccezionali, disservizi e terremoto, fu la bagarre. Fu dichiarato lo stato di unità di crisi regionale, gestito alla bell'e meglio, tra mezzi e uomini mancanti.  
"Ore drammatiche, nelle quali D'Alfonso - si fa presente nella denuncia - anziché dirigere e coordinare l’opera di soccorso, in costante contatto con la sala operativa regionale, come avrebbe dovuto fare ex lege, si trovava fuori Abruzzo, si organizzava per l’open day, tartassava l’Enel di telefonate del tutto inutili, preannunciava risarcimenti, pubblicava notizie Ansa o segnalazioni di servizi Tua, pubblicava i santi del giorno, colloquiava con i cittadini, realizzando una Protezione civile molto social, ma tutt’altro che efficiente e tutt’altro che tecnicamente condotta". Sui Piani di emergenza regionali, comunque, ci sono stati anche esposti del Forum Acqua, l'ultimo nel gennaio scorso. 

"Non mi permetto di dare giudizi sulle attività della magistratura, ma mi sembra evidente che è chiaro l'intento di attribuire delle responsabilità alle istituzioni che non hanno funzionato -, commenta il capogruppo dei Cinque Stelle alla Regione -. Non funzionano perché alcune persone non l'hanno fatte funzionare e non funzionano da minimo 15 anni. E stavolta non siamo noi del 5S a dirlo...". "Non devono passarla liscia - scrive su Facebook, Alessio Feniello, papà di Stefano, una delle 29 vittime. Il giovane, durante la delicata fase dei soccorsi, era stato inizialmente dato per vivo, con tanto di comunicazione formale della Protezione civile ai genitori, che ne attendevano il ritorno e che hanno saputo solo alla fine che il loro ragazzo era deceduto. Sono mesi che i familiari chiedevano che tutti i responsabili e, in particolare, il presidente di Regione finissero sotto inchiesta.  A giorni dovrebbero cominciare gli interrogatori.
16 maggio 2018

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