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Roghi sul Morrone. Manzi, botanico: 'Occorre rimboschire in maniera naturale'

Il Monte Morrone, nell'Aquilano, nel Parco nazionale della Majella, devastato nella seconda metà di agosto, dai roghi. Migliaia di ettari di vegetazione, soprattutto di pinete, bruciata da incendi dolosi. Subito, ancor prima che gli incendi venissero spenti, tra le polemiche, la Regione ha parlato di rimboschimento immediato, scatenando una bagarre politico-ecologica. Di seguito l'intervento del botanico Aurelio Manzi che interviene sulla vicenda sollecitato dal movimento Nuovo Senso Civico. Manzi spiega come bisognerebbe... rimboscare e quali le piante da utilizzare. Di seguito l'intervento integrale.
 
"I rimboschimenti a conifere prevedono l’utilizzo di diverse specie: abete rosso, larice, cedri, ecc., ma soprattutto pino nero (Pinus nigra) poiché questa specie è molto frugale e rustica per cui cresce anche sui terreni poveri di suolo, rocciosi e molto acclivi.
 I rimboschimenti a pino nero furono ideati e messi in atto proprio in Abruzzo alla fine dell’Ottocento e inizi Novecento dall’ispettore forestale Montanari. Questo utilizzò il pino nero di Villetta Barrea per rimboschire i versanti montani denudati ed aridi, a seguito del sovra pascolamento, sistemando il terreno in gradoni e terrazzamenti. Dall’Abruzzo questo metodo di rimboschimento si diffuse in tutta Italia.
 Durante la prima guerra mondiale furono utilizzati i prigionieri austriaci per effettuare i rimboschimenti a pino nero di alcune aree dell’Appennino centrale. Specialmente nel secondo dopoguerra (anni 50) furono effettuati molti rimboschimenti a pino, specialmente per dare lavoro alle persone disoccupate nei centri montani e nel Sud Italia, o per prevenire frane e valanghe che minacciavano paesi o strade importanti".
 
"I rimboschimenti a pino nero però presentano diverse controindicazioni.
 Le pinete tendono ad acidificare i suoli con i loro aghi che, caduti sul terreno, non si decompongono facilmente. Dove ci sono le pinete le specie autoctone, in particolare le latifoglie (querce, faggio, carpini, ecc) non riescono a reinsediarsi facilmente, sia per le caratteristiche del suolo che per la carenza di luce.
Le pinete risultano facilmente infiammabili per la presenza di resina negli aghi e nei rami. Quando prendono fuoco le fiamme sono molto alte e difficili da domare. Peraltro anche il terreno ricco di pigne e aghi di pino facile esca del fuoco. I più grandi e pericolosi  incendi forestali in Abruzzo hanno sempre interessato le pinete di rimboschimento (Pineta di Roio a L’Aquila, pineta a Pino d’Aleppo delle gole di Popoli,  pinete a pino nero del versante settentrionale della Majella, ecc.). Anche gli incendi di quest’anno (Morrone e Gran Sasso a Vado Sole) hanno interessato rimboschimenti a conifere. I boschi di latifoglie, ove è presente un strato di sottobosco più sviluppato e la flora muscinale (muschi), riescono a trattenere più umidità di quanto facciano le pinete che si presentano più aride e più infiammabili".      
 
"Nelle pinete invecchiate, si cerca di intervenire diradando i pini per permettere alla luce di arrivare al suolo al fine di favorire l’ingresso alle latifoglie, gli alberi che costituivano la primitiva copertura forestale. Per fare questo, la società deve pagare poiché le ditte forestali non vogliono attuare questi interventi di “riconversione forestale” avendo come unica ricompensa i tronchi che tagliano. Infatti il legno dei pini, a differenza di quello delle latifoglie (querce, faggio, carpini, frassini, ecc.), non ha alcun valore economico (nemmeno come legna da ardere) e pochissime richieste commerciali. Le nostre pinete, pertanto, da un punto di vista economico non presentano alcun interesse, nonostante gli esosi costi connessi al loro impianto. In passato i pini venivano sfruttati per ricavarne resina, attività oggi del tutto abbandonata. Potrebbero avere un valore con le centrali a biomassa".
 
"Nelle aree dove ci sono formazioni autoctone (del tutto naturali) di pino nero (che solitamente cresce solo nelle aree rupicole più scoscese e proibitive) come nel caso della Majella o dei monti del Parco d’Abruzzo (Camosciara) i pini introdotti nei rimboschimenti hanno un potenziale effetto negativo. Infatti se i pini reintrodotti provengono da altre varietà e popolazioni italiane o estere (Alpi, Balcani, ecc) possono ibridarsi con i pini locali con problemi di inquinamento genetico. E' quello che forse sta succedendo ai pini della Majella (Fara San Martino, Caramanico)".           
 
"Effettuare oggi rimboschimenti a pino nero o con altra conifera è del tutto anacronistico e privo di valenze ambientali (anzi è controindicato).  Il bosco si sta ridiffondendo naturalmente attraverso i processi naturali (successione secondaria) che risultano piuttosto veloci. In pochi anni anche nelle aree bruciate, se non troppo acclivi o erose, il bosco tornerà naturalmente a costo zero e con le specie autoctone (latifoglie) che, peraltro, presentano un valore economico maggiore per le qualità del legno, la possibilità di pascolo per il bestiame, ecc. nonché per le ricadute ecologiche.
 Oggi il rimboschimento naturale, conseguenza dell’abbandono delle tradizionali attività produttive (agricoltura, pastorizia) è un processo di grandi dimensioni spaziali che va assolutamente controllato e gestito per le forti implicazioni economiche ed ambientali che questo produce (pericolo di incendi, perdità della biodiversità, perdita dei pascoli, ecc.)". 
 
"Si potrebbero ipotizzare alcuni rimboschimenti a pino nero (in considerazione della sua frugalità e capacità di adattarsi ai terreni poveri e particolarmente erosi) solo sui versanti rocciosi fortemente acclivi e poveri di suolo, magari sopra strade o abitati per favorire in maniera più veloce il ritorno del bosco allo scopo di stabilizzare i versanti per tutelare gli abitati sottostanti o le vie di comunicazioni da frane, alluvioni, valanghe ecc. In questo caso però le aree dovrebbero essere prima sistemate (gradonatura, raccolta di acqua, ecc) e poi ripiantumate. Comunque,  per fare questo, si potrebbero utilizzare anche alcune latifoglie autoctone molto frugali che si comportano come pioniere (allo stesso modo dei pini), come nel caso dell’orniello o del carpino nero". 

Aurelio Manzi, botanico

09 settembre 2017


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