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Palazzo Novecento a Lanciano: l'impresa costruttrice cita il Comune per quasi 3 milioni di danni

Tre, quest'anno, le maxi richieste di risarcimento danni contro il Comune di Lanciano di cui si occupa il tribunale civile. Ha iniziato ad agosto l’imprenditore italo-canadese Franco D’Alessandro, gestore del mercato coperto di piazza Garibaldi, che ha avanzato in tribunale, patrocinato dall’avvocato Carlo Piccinini, una richiesta per 5 milioni e 700 mila euro, ritenendo che il Comune “ha totalmente stravolto e tradito il bando vinto e il contratto di gestione, favorendo il crac della Summa Corporation”. La causa sarà a breve discussa. Poi a settembre il giudice ha respinto i danni per 6 milioni chiesti dalla società Lanciano Park che gestisce e ha realizzato in project financing il parcheggio multipiano in via Milano. Ora giunge un’altra citazione legata al presunto scandalo edilizio di Palazzo Novecento, in via Cesare de Titta, in pieno centro, dove il Comune viene chiamato in causa per un risarcimento danni di 2 milioni e 800 mila euro da parte dell’immobiliare Dnd, rappresentata da Sebastiano Nasuti, patrocinata dall’avvocato Alessandro Troilo. 


Azione giudiziaria presentata al Tribunale di Lanciano e che inizierà il procedimento il prossimo 29 marzo. Vicenda clamorosa e ultranota, con 10 famiglie che hanno prima comperato gli appartamenti e poi hanno dovuto abbandonarle, quando il Consiglio di Stato, su ricorso del confinante avvocato Pietro Salvatore, ha deciso l’abbattimento dell’immobile per irregolarità edilizie. Palazzo Novecento che successivamente, per l’articolo 31 del testo unico dell’Urbanistica, è finito al Comune che vi ospiterà l’assessorato alle Politiche sociali risparmiando così 330 mila euro di abbattimento, deciso dallo stesso Consiglio di Stato, oltre a 85 mila euro di affitto annui per il suo ufficio comunale. Vent’anni di contenziosi, a partire dal 1998, che adesso ha un clamoroso ed imprevisto risvolto che chiama in causa direttamente il Comune che ha fornito, con ben tre amministrazioni, i regolari permessi edilizi a costruire, passando due volte per la Commissione edilizia e poi per il consiglio comunale. Nel 2000 tutti gli appartamenti, compresi i garage, erano stati venduti e muniti di certificati di abitabilità. Insomma tutto regolare. Il nuovo ricorso giudiziario parte dal principio del contatto sociale qualificato, in auge nella moderna giurisprudenza civile. 

In pratica la Dnd si è fidata delle decisioni adottate dal Comune. L'impresa costruttrice e i suoi soci, che si erano accollati e avevano rilasciato fidejussioni bancarie personali, avevano fatto pieno e incondizionato affidamento, in buona fede e correttezza, alle scelte delle varie amministrazioni, oltre che ai permessi di sicurezza rilasciati dalle autorità competenti. Obbligo che trova la sua ratio nel principio di solidarietà valida tanto per i cittadini che per le società. Come dire che è il Comune che vigila sui diritti di tutti. I danni richiesti consistono sia nelle perdite subite che nel mancato guadagno. Le sole azioni risarcitorie degli inquilini costretti a sloggiare da Palazzo Novecento ammontano a 800 mila euro e poi c’è la svendita della villa, a monte del medesimo contestato palazzo, che valeva 1.335 mila euro ed è stata svenduta all’asta, per circa mezzo milione di euro. “Una svalutazione di gran lunga inferiore”, tuona la Dnd, che non dimentica assolutamente neppure il valore mediato della vicenda che ha irrimediabilmente segnato in negativo la vita della stessa società, che è sempre stata convinta della legittimità delle concessioni edilizie rilasciate dal Comune.
13 dicembre 2018

 Walter Berghella

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