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Lanciano, telenovela infinita: Palazzo Novecento rimane in piedi (per ora)

Ennesimo colpo di scena nella vicenda Palazzo Novecento a Lanciano. "Questo abbattimento non s'ha da fare" direbbe don Abbondio. Sì perché il Consiglio di Stato con la sentenza numero 1770/2017 dà ragione al Comune di Lanciano ribaltando la sentenza 183/2016 del Tar di Pescara. Il palazzo, sito in Via Cesare de Titta, non finirà in macerie perché l’interesse pubblico prevale nonostante l’abuso commesso. E' lo stesso sindaco di Lanciano, Mario Pupillo, a rimarcare comunque la permanenza dell’abusività, in una nota: “Il manufatto è un'opera abusiva e tale rimane; la natura abusiva dell'immobile non viene sanata dalla dichiarazione resa ai sensi dell'articolo 31 comma 5 del Testo unico dell'Edilizia: non si tratta di una sanatoria, ma viene riconosciuta l'esistenza di prevalenti interessi pubblici rispetto alla demolizione. Il trasferimento nell'immobile di alcuni uffici comunali consentirà un sensibile risparmio per le casse comunali, visto che numerosi uffici sono attualmente in locali affittati per un costo di circa 85.000 euro l'anno”.

Con la sentenza del 13 aprile scorso il Consiglio di Stato - prosegue la nota di Pupillo  - ha “ha riconosciuto la legittimità della delibera consiliare 111 del 30 dicembre 2013 con cui Il Comune ha dichiarato con il voto della maggioranza – 12 favorevoli 4 contrari e 1 astenuto - l'immobile di prevalente interesse pubblico e non in contrasto con rilevanti interessi urbanistici o ambientali, destinandolo quindi ad uffici comunali ed evitando di procedere alla demolizione”. Pur con toni contenuti – considerata quadi mai conclusa la vicenda - per il sindaco è un traguardo importante perché l’assunzione “di una precisa responsabilità politica e amministrativa, oggi riconosciuta dal Consiglio di Stato, ha consegnato alla collettività un immobile che sarebbe stato invece destinato alla demolizione”. Nelle ipotesi del Comune, dunque, c’è la possibilità che gli appartamenti siano destinati ad archivio comunale e/o ad uffici pubblici (anche se difficilmente si potrà adibirli ad uffici aperti al pubblico considerata che via De Titta è una strada senza uscita e con parcheggi praticamente già affollati dai palazzi circostanti).

La querelle fra il Comune di Lanciano e il confinante-ricorrente, l’avvocato Pietro Salvatore, è praticamente infinita, fatta di corsi e ricorsi fra Tribunale amministrativo regionale e Consiglio di Stato, una questione da manuale di diritto e giustizia amministrativa.

Al centro della questione c’è un immobile, in centro città, costruito  - le sentenze mai hanno smentito questa definizione – in modo “abusivo”. Siamo agli inizi degli anni Novanta quando una ditta costruttrice, la Dnd immobiliare decide di abbattere due ville fatiscenti e costruire un palazzo (con violazione illegittima del piano attuativo di recupero perché in contrasto con l’allora Piano Regolatore Generale che non aveva previsto un unico comparto per l’intervento - inclusivo della villa -, previo accordo dei proprietari. La ditta cioè realizza l’intervento “spacchettando” l’area. Il confinante Pietro Salvatore, nonostante atti che furono approvati in consiglio comunale nella giunta dell’ex-sindaco Nicola Fosco, inizia una battaglia fino ai nostri giorni.

Nel 2001, pur con una concessione edilizia annullata dal Tar, sono venduti tutti i dieci appartamenti (con la clausola prevista, negli atti di vendita, che gli acquirenti erano consci dei ricorsi pendenti sul fabbricato).
Nel 2003 il Consiglio di Stato dà ragione a Salvatore. L’anno dopo però il Comune con delibera di piano di Giunta Comunale 36 del 14.12.2004 stabilisce di rivedere il piano di comparto e di attuarlo nella sua unitarietà, approvando un piano di recupero e soprassedendo nel frattempo alla demolizione dell’edificio. Salvatore si oppone, l’opera rimane abusiva. E ottiene ragione dal T.A.R., sentenza n. 98/2006, confermata dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 2870/2007 (e a carico del Comune da quell’anno inizia ad esservi una quota pari a 4 mila euro annue a titolo di risarcimento a beneficio del Salvatore, fino al ripristino dei luoghi).

Quando nel 2006 è il Comune ad ordinare la demolizione è la ditta costruttrice che si oppone (perdendo sentenze su sentenze). Nel 2011 il Comune, vincendo la causa contro la ditta costruttrice, diviene titolare dell’immobile. Pietro Salvatore non desiste. Per l’Amministrazione Pupillo l’ultima chance è offerta, con il consiglio di esperti di diritto amministrativo, dal citato articolo 31 del Testo unico in materia edilizia (Dpr 380/2001): salvaguardare l’abbattimento, oneroso per la casse comunale e quindi per l’intera collettività, dichiarando lo stabile, nel suo abuso, comunque di pubblica utilità.
L’avvocato Salvatore, mai domo nella sua battaglia, riprende ad opporsi pretendendo dal Comune l’abbattimento del palazzo.

Negli anni 2014-2015 uno spiraglio sembra esserci mediante un accordo fra il Comune e l’avvocato Salvatore (fra i vari tentativi di mediazione questo sembra essere quello giusto). Iniziano incontri e carteggi. Per cause relative a lavori di manutenzione sullo stabile e le proprietà dei dieci appartamenti salta anche questa mediazione. Nuovo ricorso di Salvatore: questo palazzo va abbattuto. Ennesima opposizione del Comune. Il Consiglio di Stato brucia ancora le speranze di Salvatore. Il Palazzo sopravvive (per adesso).
Venti anni di atti e carte che oscillano fra violazioni urbanistiche, vizi procedurali amministrativi e abbattimento (come richiesto ripetutamente e incessantemente dallo stesso Salvatore). Chi resisterà fino alla fine vincerà: per pazienza e tenacia (amministrativa?).
È finita così? Chissà… sono anni che di questa situazione non si trova mai la fine-soluzione. E dove non hanno mai pagato quelli che hanno originato un abuso. È l’Italia. 14 apr.’17

Alessandro Di Matteo

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