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Lanciano, figlio di emigrante torna... ad emigrare. 'Troppe tasse. Chiudo e vado in Svizzera'

Lanciano (Ch) - Erano gli anni Cinquanta quando il papà, allora giovinotto, lasciò la propria città, Lanciano, e l'Italia: varcò la frontiera, verso la Svizzera, in cerca di lavoro. Cinquantasei anni dopo, Silvano Piccirilli (foto in alto), 43 anni, ristoratore di Lanciano, decide di chiudere la propria attività e di ripercorrere le orme del genitore: tornerà in Svizzera, là dov'è nato. Emigrante il padre, per necessità, emigrante lui, "per il timore di non farcela". Di soccombere sotto la scure delle tasse. "Impossibile - dice - vivere qui". E' così, nel Belpaese che annaspa. 



Nel 1947 gli emigranti italiani in Svizzera sono 105.112 e, nel 1948, 102.241, quasi tutti del Nord. A partire dalla metà degli anni '50 il trend s'inverte: la maggior parte arriva dalla regioni meridionali (60%). Tra il 1955 e il 1959, data la crescita economica, la Svizzera viene vista come terra di speranza: ed ecco il boom di manodopera straniera che, per il 49%, è italiana, e i numeri continuano a salire. E' nel 1975 che si raggiunge il punto più alto e vengono registrati 573.085 italiani.


Nicola Piccirilli, 19enne di Lanciano, lascia casa e decide, sulla scia di storie di amici e conoscenti, di partire anche lui per la Svizzera. E' il 1959. Valigia in spalla e tanti sogni, su quel treno che lo condurrà a Le Locle, piccolo comune del Canton Neuchâtel. "In Abruzzo - racconta Silvano - non c'era alcuna possibilità di trovare un'occupazione. Fu costretto ad andarsene. A malincuore". Lì fu preso a lavorare e a trasformare le carni. Diventò abile macellaio. Lì si sposò e mise su famiglia. Lì nacque Silvano. Lì è rimasto per 21 anni, poi ha deciso di chiudere bottega e di tornare nel luogo d'origine. Dove, fino al 1999, ha gestito una macelleria, in piazza Garibaldi. "Rientrammo dall'estero - spiega il figlio - che io avevo 8 anni". 


Silvano Piccirilli è cuoco: ha studiato all'Alberghiero di Villa Santa Maria (Ch). Undici anni e mezzo fa, a Lanciano, nel centro storico, aiutato dalla moglie Debora, apre il ristorante "Corvo torvo" (foto in basso). Un posto particolarissimo: fatto di suggestioni e buona cucina. Che va bene. Va bene ma... "Ma tre anni fa ho cominciato a pensare di chiudere... E adesso mi sono deciso a farlo". Perché? Lo spiega sul blog del locale... "Il Corvo chiude. Niente più cra-cra, oste rilassato, foglie di ceramica, Francesca e Annalisa che si smazzano fra i tavoli mentre vi prendete qualche chiovo potente scarabocchiando le tovagliette di carta... Manco più musica figa, nulla più, tutto finito. Un posto così non ci sarà più. La cosa più orrenda di tutte è che il "Corvo" non chiude perché non ci va gente, e allora certo che dovrebbe chiudere. Anzi, il "Corvo" è strapieno di gente il sabato, e non riesce a starsene mai tanto per i cavoli suoi manco prima del weekend. Insomma, lavoro ce n'è e pure tanto, ed è probabile che ce ne sarebbe stato ancora di più nei mesi a venire". E allora? 


"Lo dice sempre quel c... di boyscout (Matteo Renzi, ndr...) che siamo fuori dalla crisi. E infatti siamo fuori dalla crisi e il "Corvo" chiude. Il fatto è che non importa quanto uno si spezzi la schiena e quanto ci sia da sgobbare davanti ai fornelli e alla lavastoviglie; non importa quanto tu sia pronto a rischiare pur di fare qualcosa che piace a te prima di tutto, in cui sei pronto a mettere la tua faccia, qualcosa che ti appaga, che ti tira da morire e devi fare se non vuoi sputarti quando ti guardi allo specchio, qualcosa di diverso dall'ordinario, di forte, di vero, di fuori mercato - e non importa neanche quanto tutto questo venga ricevuto o apprezzato. Non importa più un cazzo di niente perché lo Stato se lo mangia a tasse, e tu non puoi farci nulla. Sì, - prosegue - il "Corvo" sostanzialmente chiude per cose poco romantiche e molto pragmatiche, le tasse, perché se hai un'attività di ristorazione e vuoi mettere sulla tavola roba degna rispettando tutte le regole, pure quelle più assurde e pretestuose, poi non solo ti va di lusso se non ci rimetti di tasca tua, ma ti ritrovi pure a tirare a campare in un posto che ha da offrire pochissimo in termini di servizi e cultura e sanità e istruzione. Chi se l'aspettava che sarebbe tutto finito scrivendo cose tipo un Del Debbio da due lire?"  


"Mettetevi nei panni - continua - di uno che si ferma a tirare le somme e si rende conto che il sistema gli risucchia metà delle risorse psicofisiche e monetarie, e in cambio gli para davanti un orizzonte di sbattimento e zero prospettive di miglioramento; voi, in quei panni lì, quanto resistereste senza strapparveli di dosso e sfanculare tutto? Avete figli? Chi ha figli, la gloria dopo un po' se la mette sotto le scarpe, perché con la gloria da sola non ci paghi le bollette". Per ciò insieme ai suoi bimbi, di 8 e 6 anni, e a sua moglie, il 31 dicembre prossimo abbasserà la serranda del locale. Definitivamente. E si metterà in viaggio per Le Locle... 

16 dicembre 2015


Serena Giannico

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